La Confindustria, i sindacati e i partiti di sinistra sono i più accaniti difensori dell’euro. Ma sono sicuri di aver fatto gli interessi del loro “popolo”? I sindacati, hanno accettato quasi senza fiatare il progressivo impoverimento dei lavoratori. Per ridare vigore al made in Italy è stato deprezzato il lavoro non potendo svalutare il cambio. Bassi stipendi e massima precarietà (venduta come flessibilità) sono stati il punto di compromesso. Il risultato è stato il crollo della produttività che gli analisti considerano il principale problema del nostro sistema. Davvero siamo diventati all’improvviso un popolo di fannulloni come tanti professoroni vorrebbero farci credere? Non è così. Banalmente, in un mercato del lavoro meno garantito e mal retribuito il capitale viene utilizzato in maniera poco produttivo. Invece dei costosi investimenti è stata scelta la strada di pagare poco i dipendenti e mandarli via quando non servono più.

E che dire di Confindustria? I suoi dirigenti, a cominciare dal presidente, sempre in prima linea nella difesa dell’Europa, si sono accorti del gigantesco trasferimento di ricchezza che c’è stato dall’Italia alla Germania per via della moneta unica? In questi anni è stato perso un quarto della capacità produttiva ma Confindustria non ha cambiato linea. Senza accorgersi ce dietro le statistiche della crisi ci sono aziende che chiudono, lavoro che viene distrutto, famiglie che soffrono, naufragi esistenziali.

E che dire della politica? Tutta la storia dell’euro è una tragedia che si è svolta all’ombra delle bandiere della sinistra italiana. Da Prodi nel 1996 che accelerò le pratiche per entrare nella moneta unica con un cambio devastante di 1.936,27 lire, per arrivare a Monti, Letta, Renzi e Gentiloni. Berlusconi nei suoi anni di governo si era adeguato. Come stupirsi se Pd Forza Italia alle ultime elezioni hanno rimediato una sconfitta da cui forse non si riprenderanno mai. Vediamo ora che cosa sanno fare i nuovi. Peggio sarà difficile.

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