L’Agenzia nazionale delle politiche attive sul lavoro (Anpal) nel dicembre 2019 ha pubblicato un primo studio sul reddito di cittadinanza: secondo Anpal sarebbero oltre 200mila i soggetti che hanno avuto accesso all’Rdc. Di questi circa 18mila avrebbero trovato un impiego, nella stragrande parte, con contratti a tempo determinato. Meno del dieci per cento di quanti percepiscono l’assegno statale.

Da settembre al 15 novembre scorso sono oltre 200mila – secondo i dati diffusi dall’Agenzia nazionale delle Politiche attive per il lavoro – i beneficiari Rdc convocati e dai Centri per l’Impiego e 18mila coloro che hanno trovato lavoro, prevalentemente “a tempo”.

“Di questi ultimi, oltre 12mila (il 68,7% dei 17.637 transitati tra gli occupati) hanno trovato infatti un impiego a termine, che li ha costretti a rinunciare all’assegno Rdc – scriveva il Sole 24 Ore –. La stragrande maggioranza dei nuovi occupati ha trovato lavoro in autonomia, senza l’aiuto dei navigator, in campo da metà settembre. In particolare, in quasi 13mila hanno trovato lavoro tra i due e i sei mesi dalla presentazione della domanda di Reddito di Cittadinanza, mentre in 3mila hanno impiegato meno di un mese.”

Secondo l’Anpal la lettura del reddito di cittadinanza come una misura nata con una “falsa partenza” sarebbe del tutto errata. “In una nota, l’Agenzia precisa che in tutte le Regioni, nessuna esclusa, i Centri per l’Impiego stanno procedendo ad instradare i percettori di Rdc sul «percorso articolato in diverse fasi, dalla convocazione, agli esoneri, al Patto di servizio e all’accompagnamento al lavoro» previsto dalla normativa – scrive ancora Il Sole 24 Ore –. Da settembre, i beneficiari tenuti al Patto per il lavoro che si sono presentati supera i 200mila. Per chi non si è presentato «partiranno le comunicazioni all’Inps per le sanzioni».”

Poco meno del 10% di occupati – peraltro la gran parte con un contratto a tempo determinato – dovrebbero però far riflettere a una misura che, nell’arco di tre anni, costerà 26 miliardi in tre anni a un Paese che avrebbe forse potuto immaginare di spendere diversamente queste risorse. Ad esempio introducendo forti incentivi per i nuovi assunti, tagliando in maniera significativa il costo del lavoro per lavoratori dipendenti e imprese e – magari – evitando di inasprire la tassazione sulle partite Iva che godevano del regime forfettario.

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