Non è detto che Mario Draghi giovedì decida di far calare definitivamente il sipario sull’acquisto dei titoli di Stato da parte della Bce. Forse aspetterà. Certo il pressing dei falchi europei è altissimo. Sia il capo della Bundesbank, Jens Weidmann, sia il capo economista della Bce, Peter Praet, hanno detto che i tempi sono maturi. A fare le spese di questo assedio sarà l’Italia che potrebbe ricevere un doppio colpo. I mercati reagiranno immediatamente, avventandosi sui Paesi meno protetti e contemporaneamente il governo sarà in difficoltà nella preparazione della Legge Finanziaria.

È in quest’ottica che va letta l’intervista (la prima dall’insediamento) rilasciato dal ministro Tria al Corriere della Sera di domenica. Una lunga chiacchierata in cui, fregandosene qua e là del Contratto ha fatto professione di assoluta fedeltà ai vincoli europei. Dopo aver spiegato, in perfetto stile Padoan, che i fondamentali dell’Italia sono buoni e che l’economia va a gonfie vele, il ministro ha subito messo in chiaro che «non è in discussione alcun proposito di uscire dall’euro» e che l’esecutivo «è determinato a impedire in ogni modo che si materializzino condizioni di mercato che spingano all’uscita». Non è che l’inizio. I conti, che arriveranno solo a settembre, «saranno del tutto coerenti con l’obiettivo di proseguire sulla strada della riduzione del rapporto debito/Pil». E per stare proprio tranquilli, «la preparazione della Nota di aggiornamento del Def seguirà a un dialogo costante con la Commissione Ue». Altro che rivedere i trattati, sbattere i pugni sul tavolo. L’Italia sarà più obbediente di un cagnolino. Non rilancerà la crescita «tramite deficit spending» e seguirà rigidamente la disciplina di bilancio. Non perché lo chiede l’Europa, «ma perché non è il caso di incrinare la fiducia sulla nostra stabilità finanziaria». Su reddito di cittadinanza e la flat tax, Tria non spende neanche una parola. Escono di scena anche i minibot. La legge Fornero non sarà più né abolita né superata. Ci saranno solo «miglioramenti». Una domanda: ma è questo il cambiamento promesso il 4 marzo?

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