Ma non avevano detto che ormai la ripresa era in corso? Non ci avevano spiegato che l’euro aveva passato brillantemente la prova? Il peggio era alle spalle e davanti a noi ormai c’erano solo le luminose praterie dello sviluppo. E allora i tanti eurofanatici che stanno rialzando la testa come spiegano il dato seguente. L’Istat oggi ha comunicato che, dopo otto mesi positivi, gli occupati hanno avuto un calo secco: a maggio sono stati 51 mila in meno rispetto al mese precedente. E non vale nemmeno il consueto alibi riguardante il serbatoio degli inattivi che si svuotava. Questa volta è un calo secco perché gli inattivi sono rimasti sostanzialmente stabili. Così il tasso di disoccupazione è tornato all’11,3%.

Preoccupa soprattutto il quadro dei giovani: il 37% è senza lavoro con un aumento dell’1,8% rispetto ad aprile. Aumentano solo gli occupati ultracinquantenni e i dipendenti con contratti a termine. Si registrano invece 23mila lavoratori stabili e 38mila indipendenti in meno, sempre nel raffronto tra maggio e aprile.

Ora sarà difficile per i soliti eurofanatici spiegare l’accaduto. Per noi che cerchiamo di non correre dietro alle illusioni la realtà è molto semplice: le imprese non credono al consolidamento della ripresa. Guardano i numeri e non investono: l’Italia cresce dell’1,2% in presenza di un quadro congiunturale irripetibile fatto di petrolio basso, euro abbastanza debole e petrolio ai minimi. Che cosa accadrà quando qualcuno di questi elementi cambierà segno? Soprattutto i tassi d’interesse la cui bonanza sta per concludersi. Già a settembre Draghi potrebbe annunciare delle novità. L’Italia arriverà all’appuntamento con una crescita lenta, disoccupazione alta e debito record. I diciassette miliardi spesi per salvare le banche faranno il resto. La legge di bilancio sarà più pesante per fronteggiare questo esborso straordinario. Vuol dire che ci saranno nuove tasse o altri tagli. Il risultato non cambia. Le imprese non hanno voglia di investire perché non credono nella ripresa. Lo Stato nemmeno perché la spesa più facile da ridurre è quella in conto capitale: quella corrente è molto legata al consenso elettorale e quindi non si tocca. Risultato: l’economia ristagna, l’occupazione non cresce e la domanda resta debole. Un quadro immutato da anni destinato a restare tale fino a quando l’euro non diventerà un ricordo.

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