Il governo dei Professori ha sbagliato tutto. A dirlo non sono esaltati populisti, come li chiamano i soloni eurofanatici, ma direttamente la Commissione europea. Una sentenza clamorosa che dovrebbe ridurre al silenzio le elite eurofanatiche che si dicono molto preoccupate per il risultato del 4 marzo. L’analisi è contenuta nel «Debt sustainability monitor 2017», un documento con il quale la Commissione europea «fornisce una visione d’ insieme sulle sfide della  sostenibilità fiscale». In sostanza, una mappa della salute dei conti pubblici che certifica il fallimento delle manovre di deflazione salariale, venduteci dai Professori come «salvataggi». Quelle misure  hanno aggravato la salute della nostra economia che, almeno sul piano della sostenibilità del debito, non era poi così malata come volevano farci credere. E a dirlo non sono i populisti, bensì proprio le istituzioni europee idolatrate dai Professori e dai loro amici molto radical chic.  Risulta che l’Italia aveva un avanzo primario (entrate meno uscite al netto degli interessi sul debito pubblico)  superiore persino a quello tedesco (mediamente dal 1996 l’avanzo medio era del 2%, contro lo 0,7% di Berlino). La nostra era pertanto una «posizione fiscale iniziale favorevole»: tradotto, ciò significa che quando i sacerdoti dell’ austerity ci catechizzavano sulla necessità di «fare sacrifici», oppure lo Stato non sarebbe riuscito a pagare stipendi e pensioni, raccontavano solo bugie. Ma loro  erano bocconiani. Come contraddirli? Così, non ci accorgemmo che, di anno in anno, la «posizione fiscale iniziale favorevole» si andava lentamente tramutando nel suo contrario. Il rapporto debito/Pil, che l’ esecutivo Monti aveva ereditato al 116%, per poi riconsegnarlo al 131% in meno di un anno e mezzo di mandato.

A colpi di tasse è stata uccisa la domanda interna. Per ridare vigore al made in Italy  fu scelta una strada ben precisa: non potendo svalutare il cambio fu abbassato il costo del lavoro. Bassi stipendi e massima precarietà (venduta come flessibilità). Il risultato è stato il  crollo della produttività  che gli analisti considerano il principale vulnus del nostro sistema. Non che siamo diventati all’ improvviso fannulloni: banalmente, in un mercato di impieghi meno garantiti e mal retribuiti, dipendenti e imprenditori sono indotti a usare in modo inefficiente la forza lavoro. Ecco la formula magica del disastro: l’ austerità, ossia gli aumenti delle tasse, la riforma delle pensioni targata Fornero e i tagli dei servizi sociali, hanno accresciuto l’ indebitamento privato, il cui incremento era già all’ origine della crisi. Nei primi sette anni dell’euro, il rapporto tra debito privato e Pil è aumentato di 27 punti; nell’era Monti, ha oscillato tra il 125% e il 127%.

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