Ospitiamo oggi un intervento del fondatore del nostro blog, Un’ Europa diversa,  Ernesto Preatoni, dedicato al presidente del Consiglio in pectore, Mario Draghi, che sembra aver stregato, con la sua autorevolezza, tutti (o quasi) i partiti politici italiani, pronti a seguirlo nella nuova avventura di governo. La sua azione non potrà che far bene all’Italia, scrive Preatoni, ma è possibile che questo Paese sia sempre nell’attesa dell’uomo della Provvidenza del momento?

“Cosa ne pensa di Draghi?”

È la domanda che mi sono sentito fare, sempre più spesso, negli ultimi giorni. Non so, sinceramente, cosa rispondere. Per quanto mi sia ben chiara la differenza che passa tra Mario Draghi – un gigante – e Mario Monti – un ragioniere –, trovo che si stia proiettando sempre lo stesso film, che potrebbe intitolarsi “l’uomo del destino”. Noi Italiani abbiamo questo problema: confondiamo la realtà con una stagione di football e ci aspettiamo che sempre l’arrivo di un nuovo allenatore possa cambiare i destini della nazione, come se dovessimo giocare i mondiali, invece di salvare un Paese dalla dissoluzione del sistema sociale.

Faccio io, allora, una domanda a tutti quelli che si aspettano il miracolo da Draghi. Qualcuno ha avuto occasione di leggere l’editoriale di giovedì scorso di Fabio Tamburini sul Sole 24 Ore? Dice due cose che dovrebbero farci tremare le vene ai polsi: “Due numeri fotografano bene l’eredità lasciata dal governo Conte. Il primo è 160 (più precisamente 158,5), il rapporto percentuale aggiornato, anche se non ancora ufficiale, tra debito pubblico e prodotto interno lordo. Il secondo è 427 miliardi di euro, il deficit aggiuntivo derivante dagli scostamenti di bilancio, calcolati fino al 2026, che sono stati approvati nell’ultimo anno per fronteggiare l’emergenza sanitaria. Sono numeri da brivido che sarà bene non dimenticare e che, soprattutto, dovrà ricordare bene il mondo della politica.”

Il Paese è indebitatissimo e deve fronteggiare una situazione di tensione sociale che cova sotto la cenere ma che è senza precedenti. Il debito mostruoso, che ci siamo dovuti accollare ha due grandi responsabili. Il primo è – manco a dirlo – il governo Monti che il 12 luglio 2012, in Senato, e il 19 luglio dello stesso anno, alla Camera ha votato il Fiscal Compact. Per chi non ricordasse, il Fiscal Compact rappresentava l’obbligo da parte dei Paesi Ue di perseguire il pareggio di bilancio, di non superare la soglia di deficit strutturale superiore allo 0,5% del Pil e di ridurre, in modo drastico, il rapporto fra debito pubblico e Pil. Come ho scritto diverse volte, Monti ha scientificamente lavorato per distruggere la domanda interna, in Italia. L’idea era quella di “germanizzare” il Paese: in realtà non ha fatto altro che distruggere ricchezza e posti di lavoro. E, quel che è peggio, i costi che i cittadini hanno dovuto sostenere per le riforme di Monti non sono state compensate dai risparmi ottenuti tagliando a destra e a manca. Se il debito pubblico è così alto e il Paese moribondo e con una sanità spompata lo dobbiamo anche e soprattutto a lui, dal momento che ha distrutto gli investimenti e la capacità del Paese di generare Pil.

Il secondo grande responsabile è, ovviamente, il virus, il Covid. Come dicevo nel mio ultimo editoriale è ovvio che questo Paese abbia un debito mostruoso, ma c’è qualcosa che fa ancora più paura, ovvero l’instabilità sociale. E una nazione, come la nostra, dove si è aperto un crepaccio tra chi ha lo stipendio fisso e il posto sicuro e chi, invece, è totalmente esposto al rischio di impresa o, peggio ancora, lavora in nero, non poteva permettersi di non spendere per ristori. Ecco perché il vecchio governo non ha potuto non indebitarsi, ecco perché due settimane fa scrivevo che bisognerebbe emettere ancora più debito.

Da quello che ho letto Draghi sembra conoscere fin troppo bene quello che ho raccontato. Sembra convinto – vivaddio – della necessità di dare una risposta al problema della coesione sociale e nuovo ossigeno alle imprese e alla domanda interna, attraverso il famoso “debito buono”. Se così sarà, allora sarò ben felice della scelta di Draghi. Voglio però far notare che questo Paese dovrebbe smetterla di aspettare sempre “l’uomo del destino”, “il tecnico”. Le scelte che l’Italia, da anni, avrebbe dovuto fare per far ripartire lavoro e sviluppo non hanno colore politico, il problema è che spesso, chi siede a Roma, non ha la più pallida idea di come funzioni l’economia.

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