Sui migranti l’Italia ha sfidato l’Europa e ha fatto bene. La solidarietà non è uno spot e battere i pugni sul tavolo è corretto. Però è bene non farsi illusioni. Chi sfida l’Europa si assume il rischio che le istituzioni europee reagiscano. Non si può escludere nessuno scenario. Nemmeno il peggiore. Quello su cui richiamare l’attenzione è una certa idea di sviluppo che sembra emergere almeno in una parte del governo. Chiudere una delle acciaierie più grandi d’Europa immaginando alternative che sinceramente appartengono al libro dei sogni è pauroso; allo stesso modo in un mondo che investe in infrastrutture emerge in Italia la possibilità di un rifiuto, quasi ideologico. Quelle che si vogliono fare negli Stati Uniti, che si fanno in Cina, in Svizzera o sotto Londra oggi in Italia si definirebbero “inutili” sprechi.

Anche l’idea che si possa vivere solo di turismo è pericolosa. La Grecia ci ha provato e si è visto com’è finita. Il benessere si mantiene, anche col turismo, ma soprattutto investendo in innovazione, fabbriche e impianti. I “nuovi” lavori possono andare bene per una parte, alta, della popolazione, ma non rispondono alla domanda di lavoro di milioni di disoccupati in certi casi con competenze incerte.

Fare la battaglia con l’Unione europea per ottenere più margini per investire sullo sviluppo, strade, treni, porti, fabbriche, è sacrosanto. Farla per chiudere gli impianti sostituendolo con l’assistenzialismo non può entusiasmare nessuno.

Fuori dall’euro potremmo avere più possibilità di crescita. Significherebbe liberarci da una sovrastruttura oggi governata dagli interessi di pochi e sicuramente non per i nostri. Ma i problemi restano e non si può pensare all’uscita dall’euro come l’inizio di una gigantesca ricreazione. Gli impegni restano: riforma della burocrazia, inclusa la giustizia, taglio agli sprechi, più investimenti per lo sviluppo industriale. Bisogna evitare che l’uscita dall’euro divenga l’occasione per farci diventare la colonia estiva dei turisti tedeschi a prezzo basso. Sarebbe l’ultima beffa. Scoprire, alla fine, che l’uscita dall’euro non sarebbe la suprema manifestazione del sovranismo ma il risultato di oscure manovre di altri Paesi. L’immagine è tutto e oggi quella che si deve dare è quella di un Paese serio e determinato a crescere in modo equilibrato; non quella di un Paese sudamericano. Questo ci serve dentro l’euro, e ancora di più, fuori dall’euro.

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