Altro che impatto soft. Le nuove direttiva della Bce in materia di prestiti bancari rappresenta un altro siluro sparato contro le nostre Pmi. Le nuove regole spiegano che banche dovranno azzerare entro due anni i finanziamenti non garantiti ed entro sette i mutui e gli altri prestiti garantiti. Come ha spiegato la Banca d’Italia, questa modifica «potrebbe indurre le banche a preferire soluzioni di tipo liquidatorio delle imprese debitrici in temporanea difficoltà, ma solvibili, per rivalersi al più presto sulle garanzie». Secondo l’Associazione bancaria «più si rendono rigide le normative europee, più chi le deve applicare porrà in essere degli adempimenti di cui risentiranno le imprese in genere e soprattutto quelle piccole e medie». La Bce ha valutato le conseguenze della sua decisione, soprattutto nei Paesi, come l’Italia, che cresce poco, ha un tessuto produttivo fatto di Pmi e tempi della giustizia biblica? La risposta è no. E i risultati sono catastrofici. Uno studio di Mediobanca sostiene che le nuove norme produrranno un incremento medio dei tassi sui prestiti di 30 centesimi . Oltre un quinto in più rispetto ai valori degli ultimi mesi, che si sono attestati sull’1,35%.

Ai piccoli andrà anche peggio. «Il costo di finanziamento per le Pmi», si legge, «probabilmente aumenterà di oltre il 20%, mentre le imprese più rischiose dovranno fare i conti con una interruzione del credito». In altre parole, i soldi saranno prestati solo a non ne ha bisogno. Gli altri imprenditori, magari giovani, magari innovativi, pieni di idee, ma a corto di capitali, dovranno arrangiarsi. I più fortunati pagheranno il finanziamento più salato, gli altri resteranno a secco. Prospettiva nera non solo per loro, ma per tutta l’economia italiana, formata per il 90% da Pmi. Per avere un’idea di cosa potrà accadere basti pensare che nel 2017, anche senza la stretta della Bce, i prestiti alle aziende, secondo gli ultimi dati diffusi da Unimpresa, sono crollati di 37 miliardi (-6,34%). «Ci auguriamo che l’impatto non sia tale da incidere sulla ripresa in atto», è stato il commento di Confindustria che tuttavia non cambia idea: l’euro non si tocca. Un cecità assoluta. Nessuna considerazione per i problemi della base imprenditoriale. Poi ci stupiamo se la Ue è sempre meno popolare.

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