Il meeting di Davos è, ormai, un avvenimento trito e ritrito, dove i ricchi vertici della finanza mondiale si riuniscono per fare affari e dirsi come andrà l’anno in corso. Quest’anno, però, a quanto pare, è servito a qualcosa: l’FMI ha sancito quello che sappiamo tutti. Nel prossimo futuro l’Italia non crescerà. E viene da chiedersi quando ricomincerà a farlo, con questa classe dirigente prona ai diktat di Bruxelles che fanno solo gli interessi dei soliti noti.

Ce lo racconta, con dovizia di particoli, Gianfranco Polillo, che, sulle pagine della testata online Start Magazine racconta: “Nel tradizionale incontro di Davos, in cui il FMI ha letto le sue previsioni per il biennio prossimo venturo, gli inglesi hanno potuto tirare un sospiro postumo. In effetti l’incubo di metà degli anni ‘80, era stato solo il cattivo sogno di una mezza estate. Un avvenimento non solo irripetibile, ma destinato ad essere smentito in tutti gli anni successivi. Dal 1995, infatti, secondo le valutazioni OCSE, l’Italia ha sempre occupato, stabilmente, le ultime posizioni, per quanto riguarda la sue possibilità di sviluppo. Ultima tra gli ultimi: sia in Europa che tra i Paesi a più antica industrializzazione.”

Sarà così anche per il biennio 2020–21, continua Polillo, stando almeno alle nuove previsioni del FMI. Secondo le tabelle illustrate, il suo tasso di crescita sarà pari allo 0,5 per cento per l’anno in corso ed allo 0,7 per quello successivo. Andrà così solo in Giappone, il cui reddito pro-capite, tuttavia, non è certamente pari a quello italiano. Tutti gli altri faranno meglio: dalla Russia di Putin al Brasile. Mentre nell’area dell’euro il tasso medio di crescita sarà pari a più del doppio di quello italiano.

Vista la persistenza di questa lunga stagnazione, ci si sarebbe potuti aspettare che le relative preoccupazioni avessero, in qualche modo, diritto di cittadinanza, nell’attuale dibattito politico. Che ci fosse un qualche rappresentante governativo che si ponesse il problema, sollecitando un minimo di dibattito pubblico e privato, nel tentativo di individuare le ragioni più o meno profonde di questo stato di crisi, scrive Polillo. Silenzio non solo più che assordante, ma proprio per questo, destinato ad essere foriero di ben altre preoccupazioni. Che succederà, infatti, ad Alitalia, alla scadenza del prestito nuovamente concesso? E nei confronti di Atlantia, se la mossa di Matteo Renzi, contraria alla revoca delle concessioni, non dovesse andare in porto?

L’FMI, analizzando la situazione della Germania e dell’Olanda, invita entrambi i Paesi ad una coraggiosa manovra di reflazione, visti i consistenti attivi valutari. “L’Italia ha, ovviamente, margini inferiori – conclude Polillo –. Tuttavia il suo attivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti è più che consistente. Può pertanto consentirle, a precise condizioni, l’avvio di una politica produttivistica, centrata sulla riduzione del suo eccessivo carico fiscale. Sviluppo naturale e coerente di un programma di governo. Se l’Italia avesse ancora una classe dirigente, come fu quella degli anni ‘80. Sulla quale, solo oggi, dopo anni di processi sommari, sembra tornare un minimo di resipiscenza.”

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailfacebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail