È arrivato settembre e la finanza – quella, per intenderci, che ha creato la bolla speculativa dei derivati e che nel 2009 ha dato il via alla grande crisi globale – ci prova. Prova a smantellare il programma di riforme del nuovo governo. Lo fa a colpi di minacce di “downgrade”, ovvero bocciature, che costano all’Italia punti di spread e, di conseguenza, interessi più alti sul debito pubblico. Nella speranza di togliere margine di manovra al governo Conte e di veder presto tornare a Roma un nuovo, più condiscendente, primo ministro.

Facciamo un passo indietro: venerdì scorso, Fitch, la prima delle tre agenzie di rating che dovevano pronunciarsi sull’affidabilità del “debitore Italia” emette il suo giudizio: il debito pubblico del Paese non viene declassato, ma l’outlook – ovvero la prospettiva della situazione economica italiana – è negativo. Nell’arco di uno o due anni, se il Paese non dimostrerà di rispettare i vincoli europei e di continuare a ridurre l’indebitamento, le emissioni di titoli di stato potrebbero diventare “junk”, spazzatura insomma. Peraltro, scrive Fitch nel suo giudizio, “Marcate differenze ideologiche e politiche fra M5S e Lega probabilmente creeranno tensioni crescenti per la coesione della colazione.”

Il sottotesto, insomma, è: se non rispettiamo i vincoli di bilancio, nel giro di qualche mese l’agenzia è pronta a declassare il nostro debito, ma questo non importa perché tanto molto presto andremo ad elezioni e, a buon intenditor poche parole, alla nuova tornata cari i miei Italiani, state bene attenti a chi votate. Basta populisti.

Viene a questo punto da sperare che il Governo prenda finalmente il toro per le corna: dimostri che, come ha dichiarato il ministro Di Maio, “i cittadini vengono prima dello spread” e presenti una manovra economica in cui lo sviluppo venga prima del 3%, con buona pace del ministro all’Economia Tria che si continua a sbracciare per difendere le regole europee. Se all’élite finanziaria non piacciamo così, allora lasciamo l’Euro, riappropriamoci della Banca d’Italia e copiamo il modello giapponese – in cui il debito alto è detenuto dal Paese stesso – che ha dimostrato di funzionare e anche bene.

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