Negli ultimi giorni i grandi quotidiani hanno ridimensionato la portata della guerra commerciale avviata da Trump contro Cina e Unione Europea. Nella maggior parte dei casi gli esperti interpellati sono detti scettici sul fatto che le misure imposte dal presidente degli Stati Uniti possano in qualche modo inficiare la crescita in maniera significativa.

Come ha scritto il giornalista Alfonso Tuor sul Corriere del Ticino qualche giorno fa, la maggior parte dei politici e degli investitori fa però male a non preoccuparsi per i dazi. L’affidabilità dei modelli utilizzati per prevedere le ricadute di una guerra commerciale non è, infatti, così elevata: soprattutto essi non tengono conto di un elemento. Le economie moderne e globalizzate sono ormai così interdipendenti che, in realtà, nessuno è in grado di dire quanto una guerra commerciale – che colpirebbe alcuni settori più di altri – scombussolerebbe l’intera catena produttiva di grandi aziende e multinazionali.

I risultati di fatto non possono essere previsti da nessuno e potenzialmente potrebbero essere catastrofici: così come avvenuto con la Grande Crisi, scatenata dal fallimento, a fine 2006, dei prestiti subprime negli Usa. Nessuno si aspettava che quella bolla sarebbe esplosa, né che avrebbe distrutto, per lunghi anni, milioni di posti di lavoro e intere economie.

La guerra intrapresa da Trump, poi, non può essere letta solo come un conflitto commerciale. Il presidente americano ha messo nel proprio mirino due grandi obiettivi: da un lato vuole punire la Cina per quello che considera un furto della proprietà intellettuale per le pratiche di trasferimento delle tecnologie che Pechino impone alle imprese straniere che vogliono produrre in Cina. Dall’altro lato Trump, sul fronte europeo, vorrebbe colpire la Germania, che, con l’Euro, continua a sfruttare una moneta immotivatamente debole per un’economia così forte per esportare a mani bassi negli Usa. Come finirà questo braccio di ferro? Tra Usa e Cina potrebbe portare all’inizio di una nuova Guerra Fredda, mentre sul fronte europeo potrebbe portare a un ulteriore indebolimento dell’Unione.

Il rischio, soprattutto, è che, alla fine, a pagare tutti questi azzardi, come al solito, siano i ceti sociali più deboli.

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