Il rischio povertà o di esclusione sociale cresce a livelli preoccupanti: a causare il disagio è stato il boom delle tasse per stare nell’euro e una spesa sociale sempre più bassa. A lanciare l’allarme l’ ufficio studi della Cgia di Mestre, l’ associazione artigiani e piccole imprese della cittadina veneta. «In questi ultimi anni di crisi, alla gran parte dei Paesi mediterranei sono state “imposte” costose misure di austerità per mettere in sicurezza i conti pubblici», si legge nel documento «In via generale questa operazione è stata perseguita attraverso uno smisurato aumento delle tasse, una fortissima contrazione degli investimenti pubblici e un corrispondente taglio del welfare statale». Il risultato è stato drammatico: la disoccupazione resta sopra l’ 11%, mentre prima della crisi era al 6%. Gli investimenti sono scesi del 20% e il rischio povertà ed esclusione sociale ha toccato livelli allarmanti. In Sicilia, Campania e Calabria praticamente un cittadino su due si trova in una condizione di grave difficoltà. E nonostante i sacrifici richiesti alle famiglie e alle imprese, il nostro rapporto debito/Pil è aumentato di oltre 30 punti, attestandosi l’ anno scorso al 131,6% . Il rischio di povertà o di esclusione sociale tra il 2006 e il 2016 è aumentato di quasi 4 punti percentuali, raggiungendo il 30% della popolazione. In buona sostanza le persone in difficoltà e deprivazione sono passate da 15 a 18,1 milioni raggiungendo il 30% della popolazione. La media europea è del 23,1%. Una media che tiene conto di situazioni molto diverse. Per esempio in Francia e in Germania in questi dieci anni il rischio povertà è addirittura diminuito e attualmente presentano un livello di oltre 10 punti in meno rispetto alla media italiana. Al Sud la situazione è semplicemente drammatica. Gli ultimi dati disponibili riferiti al 2016 ci segnalano che il rischio povertà o di esclusione sociale sul totale della popolazione ha raggiunto il 55,6% in Sicilia, il 49,9% in Campania e il 46,7% in Calabria. Bastano questi dati per capire le ragioni del voto del 4 marzo. Ma indicano anche la necessità di un intervento radicale per evitare che le tensioni sfocino in manifestazioni di rivolta sociale. Il tempo a disposizione non è molto e l’euro è un tremendo ostacolo ad ogni forma di aggiustamento.

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