Dedichiamo l’ultimo post di agosto – prima della consueta pausa estiva – a una domanda, che si fanno in molti. Come sarà settembre? Già, perché se da un lato l’industria manifatturiera italiana manda segnali positivi, che fanno ben sperare per l’autunno, la caduta del Pil nell’ultimo trimestre e le difficoltà delle piccole imprese e dei piccoli professionisti fanno paura. In quanti, dopo la pausa di agosto, potrebbero decidere di non riaprire i battenti? E i soldi di Bruxelles quando arriveranno? E soprattutto: il governo ha un progetto su come spenderli?

Qualche giorno fa l’Istat ha diffuso la stima preliminare del Pil del secondo trimestre; l’istituto ha comunicato un calo del 17,3% rispetto al secondo trimestre del 2019 e del 12,4% rispetto al primo trimestre del 2020. È un calo senza precedenti che, secondo Confindustria, porterebbe il calo del 2020 vicino alla stima della Commissione europea, -11%. Peggio dell’Italia hanno fatto la Francia, -13,8%, e la Spagna, -18,5%. Una (mezza) buona notizia arriva, però, dall’industria: “Il nostro indice Pmi manifatturiero dell’Italia – scriveva martedì Sancro Iacometti sulle pagine del quotidiano Libero – è infatti rimbalzato a 51,9 punti, il top da giugno 2018, registrando il primo rialzo da due anni. Si tratta di un valore che supera la media europea (51,8) e batte anche la Germania. La locomotiva tedesca non è andata oltre il 51. Per quanto sia azzardato il risultato dell’indice Pmi italiano è persino migliore di quello registrato negli Stati Uniti, dove l’asticella non è andata oltre il 50,9.”

Come al solito l’anello debole della catena, in Italia, è la macchina dello Stato: “Resta da vedere – spiega Iacometti – e se lo sforzo delle imprese riuscirà ad essere accompagnato da politiche che ne agevolino il compito. In Italia il governo non sembra ancora aver colto la rapidità con cui il mercato sta cercando di rialzare la testa. Secondo un dossier curato dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo e da Prometeia la fase di recupero non è iniziata a luglio ma già a maggio (+54,4% la produzione, +47% il fatturato) subito dopo il punto minimo del ciclo manifatturiero toccato ad aprile, quando produzione e fatturato hanno registrato una contrazione superiore al 40% nel confronto con lo stesso mese del 2019.

Malgrado l’urgenza, spiega ancora Iacometti, il governo Conte non sembra avere un piano per la ripartenza. I ministri hanno passato le ultime settimane a compilare una lista della spesa da presentare a Bruxelles per ottenere i quattrini del Recovery fund. L’obiettivo sembra essere quello di rifinanziare altri sussidi in attesa che passi la nottata, quando invece servirebbe altro. “Occorre – conclude Iacometti – un progetto coerente e definito di regole e di interventi per lo sviluppo, non un’accozzaglia di toppe capace solo di scatenare panico e incertezza.”

Insomma: quello che succederà da settembre in poi dipenderà in gran parte da chi sta a Roma. Il Paese, inteso come imprese, lavoratori e cittadini fino ad oggi ha dato prova di gran senso di responsabilità. Ha accettato il lockdown, finito il quale si è rimboccato le maniche. Ora servono politiche attive che permettano al Paese di ripartire, intercettando i fondi Ue che devono essere puntati ad investimenti per una vera ripartenza. A questo punto possiamo solo sperare che a Roma si rendano conto della responsabilità che hanno nei confronti del Paese.

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