L’Italia ha il record di giovani Neet «not in education, employment or training» che non lavorano, e nemmeno si danno da fare sui libri. Una generazione paralizzata cui viene riservata un’attenzione compassionevole. Il realtà rappresenta una bomba sociale. Finché a sostentarli penserà il welfare familiare, quello dei genitori che tappano le falle occupazionali dei figli grazie alla generosità perduta delle pensioni, potremo continuare ad illuderci. Poi un giorno dovremo fare i conti con la realtà. E allora ci accorgeremo che i danni provocati dall’euro sono stati incalcolabili. Una generazione è stata perduta inseguendo inutili politiche di austerità per tenere il passo di economie molto più forti e attrezzate della nostra. Una scelta fatta da una classe politica accecata dalla vanità e dall’incompetenza. Per ironia della sorte a fornire la fotografia più recente del fenomeno è la stessa Commissione europea: nel 2016 il 19,9 per cento dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni (uno su cinque) è entrata in questa bolla che li esclude da studio e lavoro, cioè dalla vita attiva che per il resto del mondo è la normalità. La media Ue è dell’11 per cento. Quando i vecchi non manterranno più i giovani, scopriremo che l’euro ha creato una generazione di bisognosi. Tuttavia vedo che questa emergenza resiste sulle prime pagine solo un giorno. Invece sono settimane che si discute dell’innalzamento a 67 anni dell’età pensionabile a partire dal 2019. Per bloccare questa eventualità è pronto un testo condiviso fra sinistra e destra. Secondo i proponenti, la modifica costerebbe solo 1,2 miliardi. Il presidente dell’Inps Boeri dice che in realtà il conto è di 141 miliardi considerando che gli assegni andranno pagati per almeno i 25 anni successivi. Che dire? Alcide De Gasperi sosteneva che un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alla prossima generazione. I governi italiani hanno messo insieme l’impossibile: spendono per la generazione di ieri, i pensionati, e lasciano affondare quella di domani, i giovani.

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