Dopo le previsioni del Pil altri parametri risultano in crescita. A maggio gli ordini sono saliti del 4,3% su aprile e del 13,7% in un anno. Va bene anche il fatturato: più 1,5% su mese e +7,6% sull’anno. Significa che il sole della ripresa splende in questa caldissima estate 2017? Certamente la situazione sta migliorando ma senza illusioni. C’è un dato di fondo da non dimenticare: con la crisi economica l’Italia ha perso il 10% di Pil e il 25% di produzione industriale. Un po’ di recupero appartiene alla normale dinamica del ciclo economico. È la logica del pendolo che dopo aver toccato il punto più basso comincia a risalire. Tuttavia non c’è nessuna certezza che ritorni al punto da cui aveva iniziato la discesa. Le dinamiche economiche e sociali restano debolissime: l’inflazione, indice di espansione per eccellenza, è ferma. L’occupazione è addirittura in calo. Qualcuno ha brillantemente coniato l’espressione di una crescita «geneticamente modificata», per dire che, all’uscita della crisi, tecnologia e globalizzazione hanno cancellato gli antichi automatismi. Inoltre non va dimenticato che la ripresa dell’Italia viaggia al traino di quella internazionale. Contribuiscono al miglioramento situazioni senza precedenti come i prezzi stracciati delle materie prime; i tassi d’interesse tenuti a zero dalla Bce; il cambio ancora debole nonostante gli ultimi rimbalzi.

Tutto questo non per indulgere al pessimismo, secondo un’accusa che riceviamo spesso, ma solo per dire che non bisogna cadere nelle illusioni della ripresa “geneticamente modificata”. La rivoluzione digitale distrugge milioni di posti di lavoro tradizionali. Quelli nuovi che crea sono (almeno in Italia) meno di quelli che vengono cancellati e (tranne piccole eccellenza) pagati poco. Scompaiono migliaia di impiegati di banca e crescono i precari per le consegne a domicilio (dal sushi, alla pizza fino agli acquisti su Amazon). Più call center e meno segretarie in ufficio, più camerieri e meno operai. L’insieme di questi elementi porta ad un impoverimento del tessuto sociale. La scala sociale si polarizza: in alto i ricchi (pochi) in basso i poveri (molti), in mezzo praticamente il deserto. La classe media scompare e il disagio sociale cresce. Sempre più l’euro, che sta alla base di questo arretramento, è il totem da abbattere.

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