La Germania pensa di togliere le castagne dal fuoco al proprio sistema bancario attraverso la tanto osteggiata riforma del Mes. Il problema però non si risolve “collettivizzando” le magagne degli istituti bancari di Berlino, quanto cambiando politiche economiche e fiscali in Europa. Cosa che a Bruxelles nessuno negli ultimi anni si è sognato né si sognerà di fare.

L’analisi, impietosa, ha fatta il professor Marco Onado, docente di Diritto ed Economia dei Mercati Finanziari all’Università Bocconi di Milano sulle pagine online della “voce.info”: “Tutto il settore bancario europeo, non solo quello tedesco, è ipertrofico. Il problema si fa più acuto quando i tassi sono molto bassi. Per risolverlo non bastano le fusioni, occorrono politiche fiscali e finanziarie coraggiose, che non sono all’orizzonte – scrive Onado –. I problemi di oggi delle banche europee sono così gravi e diffusi perché riflettono debolezze strutturali dovute in primo luogo a una crescita eccessiva dei prestiti in quasi tutti i paesi, subito dopo l’introduzione dell’euro (Italia compresa, anche se in forma meno patologica di Irlanda, Spagna o Grecia), che si è inevitabilmente tradotta, quando la festa è finita, in insolvenze dei debitori e perdite per le banche.”

La Germania, spiega Onado, ha avuto il proprio boom del credito prima dell’introduzione dell’euro, a seguito della riunificazione e questo secondo molti autori, anche tedeschi, ha provocato un deterioramento del credito non riconosciuto né dalle banche né da compiacenti regolatori. E per raddrizzare la barca, le banche, in particolari le potenti Landesbanken controllate dai Länder, non hanno trovato di meglio che investire a piene mani nei titoli americani, compresi quelli più tossici. Non a caso, le prime banche a fallire sono state quelle tedesche e non a caso è stata la Germania a spendere di più in Europa (escluso il Regno Unito) per salvare le sue.

Il problema, aggiunge Onado, è che la redditività di base (cioè il reddito rispetto al totale dell’attivo) delle banche europee e in particolare tedesche anche prima della crisi, era bassa: circa la metà delle americane. Solo riducendo il capitale (cioè aumentando il rischio finanziario) prima della crisi si arrivava anche in Europa a una redditività del capitale elevata. Adesso che, con colpevole ritardo, le autorità hanno corretto l’errore e hanno forzato un necessario processo di irrobustimento patrimoniale, il re è nudo, come nella favola di Andersen.

“La Germania somma tutte queste debolezze – conclude Onado –. Il paese ha sempre difeso con orgoglio la sua struttura bancaria fatta di tre pilastri: quello privato dei grandi istituti; quello pubblico delle Landesbanken, quello cooperativo delle banche popolari e delle casse di risparmio e si trova oggi con un sistema ipertrofico fatto di 1.783 banche (di cui 1.250 nella categoria delle popolari e casse di risparmio), quasi 30 mila sportelli e oltre 600mila dipendenti (più del doppio dell’Italia).”

Insomma: le fusioni bancarie invocate sono una soluzione forse necessaria per alcuni casi aziendali, ma certo non sufficiente a livello di sistema. Occorrono politiche fiscali e finanziarie coraggiose, cioè quelle che la scorsa Commissione europea non ha mai neppure concepito e che, a giudicare dagli inizi, non sembrano probabili neanche per quella che debutta in questi giorni. L’autunno delle banche rischia di trasformarsi nell’inverno del nostro scontento.

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