Boris Johnson è tutt’altro che lo sprovveduto che certa parte dei commentatori politici vorrebbe dipingere. Il nuovo leader britannico ha un progetto politico chiaro e rischioso, ma che rappresenta certamente un’opportunità per il Paese. A Londra si sono accorti che l’Unione ha “scelto di non crescere”, mentre gli Stati Uniti ormai da dieci anni corrono in avanti. Ecco perché hanno deciso di abbandonare, e non solo in senso figurato, l’Europa: per riprendere lo sviluppo.

Il progetto politico di Londra – di cui Johnson è l’alfiere – è ben descritto da un bel pezzo di Gianfranco Polillo su Startmag.it: “Il manifesto lanciato lo scorso febbraio a Westminster, alla presenza dello stesso Johnson. Una “visione per il XXI secolo”, come recitava lo slogan della manifestazione – scrive –. Progetto rischioso, ma tutt’altro che velleitario. L’idea è quella di dare voce politica, sotto l’egida dell’Union Jack, a Paesi che sono già una potenza economica, ma che non riescono ad incidere nei grandi equilibri mondiali. Paesi come il Canada, continenti come l’Australia, o il mondo del vecchio Commonwealth, con l’India in testa. Negli anni ‘70 palla al piede del vecchio impero britannico. Oggi realtà emergenti delle nuove élite mondiali. Ne sa qualcosa l’Italia alle prese con il caso Ilva.”

Le basi materiali, aggiunge Polillo, di questa strategia sono fornite dagli andamenti più recenti del ciclo economico inglese: sempre più simile, nel tracciato, a quanto avviene negli Stati Uniti, piuttosto che nell’Eurozona. Effetto di una reciproca attrazione: dovuta soprattutto dal prevalere della grande finanza e dei servizi sul resto dell’economia. Dopo la crisi del 2007 le distanze, in termini di tasso di sviluppo, tra la Gran Bretagna e l’Eurozona sono progressivamente cresciute. Alla fine di quest’anno, secondo le previsioni del Fondo monetario, la differenza sarà di oltre 7 punti base. Esattamente a metà strada tra il tasso di crescita cumulato negli Stati uniti e quello dell’Eurozona.

“Nell’immaginario collettivo inglese si è fatta strada l’idea che il Vecchio continente abbia, ormai scelto di non crescere, da un punto di vista economico, dando priorità ad altre esigenze: il welfare, l’equità, l’ambiente. Temi evocati non solo nella tradizione italiana, dove forse l’enfasi riposta è anche maggiore. Per la verità, questo non è del tutto vero, dato che l’Europa a 27, a sua volta, cresce ad un ritmo maggiore del complesso dell’Eurozona – conclude Polillo –. Ma si tratta di dettagli. In queste zone, del resto, la presenza tedesca è più strutturata, anche grazie ad una contiguità territoriale che genera una specie di protettorato economico. Il diverso grado di sviluppo complessivo di quelle aree, nonché l’oggettiva limitatezza di quei mercati rende la partita di scarso interesse, almeno per gli Inglesi.”

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