La rete a casaccio, in un tratto di mare sconosciuto, sperando che qualcosa resti impigliato. È questa, più o meno, la strategia del fisco, che un paio di giorni fa ha ricevuto un clamoroso via libera dai supremi giudici della Corte di Cassazione. Che l’Agenzia delle entrate possa ficcare impunemente il naso nei nostri conti correnti non è una novità. Dal 2011 la vita finanziaria di noi contribuenti viene gettata in pasto al supercervellone del fisco. Per finire nel mirino bastano scostamenti anche minimi rispetto a parametri stabiliti a tavolino. Come non bastasse, nell’ambito della grande riforma renziana della riscossione, l’accesso indiscriminato alle banche dati è stato consentito anche alla ex Equitalia. Pure gli esattori a caccia di crediti, insomma, possono sbirciare tranquillamente nei nostri conti. L’ultimo grottesco capitolo di una giustizia tributaria che inverte l’onere della prova l’ha scritto la Cassazione. Afferma il seguente principio: gli ispettori del fisco possono muoversi non solo senza dover rendere conto a nessuno, ma anche in assenza del seppur minimo appiglio che giustifichi la loro azione. Non si tratta più di pesca a strascico, di colpi sparati nel mucchio, di accertamenti basati su semplici presunzioni, ma di arbitrio e discrezionalità elevati a norma. In barba non solo alla tutela della privacy e allo statuto del contribuente, ma anche alle elementari regole se non del diritto, sicuramente del buon senso. A farne le spese è stato un imprenditore finito nella rete del fisco per aver fatto nel 2004 e 2005 versamenti e prelievi che alle occhiute attenzioni degli ispettori sono risultati non congrui con il reddito dichiarato.

Ritenendo violati i suoi diritti, il poveretto si è rivolto ai giudici, riuscendo ad ottenere ragione sia davanti alla Commissione tributaria provinciale di Genova, sia in appello. L’Agenzia delle entrate, però, non si è data per vinta (anche perché le spese legali sono pagate da noi). E ha continuato la sua battaglia in Cassazione. I giudici hanno abolito il principio sulla presunzione d’innocenza: il contribuente è colpevole, a meno che non riesca a provare di essere innocente.

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