L’Italia, nonostante la ripresa in atto, non è ancora fuori dal tunnel. A sostenerlo non è un’organizzazione di stampo populista ma l’autorevolissimo Centro studi di Confindustria (Csc). Dalle sue analisi emerge che se l’economia crescesse con i ritmi attuali bisognerebbe attendere il 2021 per tornare agli stessi livelli del 2008. Buttati via tredici anni. Qualcuno di più se, come appare probabile, ci sarà un rallentamento. Neanche la grande depressione del ’29 è durata tanto. Basta questo per capire che siamo in mezzo alla più grave crisi degli ultimi duecento anni e non sappiamo quando finirà. La produzione industriale, appare ancora più distante dai massimi di dieci anni fa (-18,4%) e in alcuni settori la discesa non si è fermata. Le preoccupazioni divengono ancor più condivisibili se si osserva che tra l’autunno 2007 e l’inverno 2015 l’occupazione nell’industria è calata di quasi 800mila unità (-17,1%). Dalla primavera dello stesso anno fino a oggi c’è stato un rimbalzo dell’1,5% che equivale a 60mila unità; vuol dire che hanno ritrovato un posto meno di 8 persone su cento. Gli altri 92 stanno ancora cercando. A farsi portavoce della necessità di non cedere alla retorica dell’ottimismo forzato è stato il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda. «La crisi non è alle spalle non solo perché lo dicono i numeri, ma perché la nostra realtà imprenditoriale è andata incontro a un processo di selezione brutale».

Non dice però quali sono le cause di questa selezione. Una reticenza che non stupisce considerando che il ministro vorrebbe indossare i panni del Macron italiano. È invece noto a tutti che la ragione di una crisi così lunga è l’euro. L’Italia non potendo svalutare la moneta è stata costretta a incidere sugli altri fattori di produzione a cominciare dal lavoro. Quello che sta succedendo è piuttosto facile da capire: la politica di bassi salari e alta disoccupazione (doppia rispetto al 2008) ha depresso la domanda. Gli italiani frequentano negozi meno di prima. Abbassano i consumi per cui le imprese producono e investono di meno. Una spirale che porta al progressivo impoverimento del Paese. Invece gli eurofanatici preferiscono inneggiare alla lama di ripresa in corso. Dimenticano, però, di dire che, se tutto andrà bene usciremo dal tunnel fra cinque anni. E se andasse male, come è possibile, non usciremo mai.

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