Peggio che in guerra. Guardando i grafici si vede una cosa incredibile.  Gli anni della crisi (2007-2017) sono stati peggiori dei dieci anni che l’Italia   ha vissuto  a cavallo dei due conflitti mondiali. Nel 1923 il livello dei consumi pro-capite era  già  del 2% più in alto rispetto al 1913 . Con un salto in avanti del tempo  vediamo che 1949 l’indice dei consumi reali pro-capite aveva recuperato la soglia del 1939. E oggi? Oggi non è così: rispetto al 1997 siamo ancora del 7% più in basso.  Che cosa è cambiato? La moneta. Nei due cicli precedenti avevamo la lira, oggi l’euro. Fu proprio l’inflazione e il fortissimo deprezzamento della moneta a consentire, in entrambi i casi, la risalita. La sterlina era arrivata fino 158 contro lira   e solo nel 1926 Mussolini impose quota 90. La rivalutazione fu uno choc ma ormai  la macchina dell’economia era ripartita consentendo anche di superare senza insostenibili danni sociali  la crisi del ’29.

Nell’agosto del 1947 fu Luigi Einaudi, ancora governatore della Banca d’Italia a dare il via libera alla svalutazione della lira del 55% sul dollaro. Fu l’inizio della ricostruzione favorita anche dal Piano Marshall.

E oggi? Oggi non abbiamo più nulla di tutto questo. Con l’euro non è più possibile svalutare il cambio. Le perdite di competitività devono essere colmate da un’altra parte. Come? Svalutando i fattori di produzione a cominciare dal lavoro.  Il capitale (anche umano) deve costare meno rispetto alla concorrenza. Soprattutto dell’industria tedesca che , avendo livelli di produttività assai maggiori resta competitiva (come ha calcolato il Cer)  anche con il cambio a cavallo fra 1,50 e 1,60 sul dollaro. L’Italia, invece,  comincia a soffrire già fra 1,20 e 1,25.

La risposta alla rigidità del cambio è stata la  svalutazione sociale. A favorire il fenomeno influisce anche la globalizzazione che porta fuori dall’Italia quote consistenti di ricchezza (aziende che chiudono da noi e aprono nell’Est europeo o più semplicemente produzioni nazionali  sostituite da quelle cinesi).  Il finale di partita è sotto i nostri occhi: in dicei anni la disoccupazione  è raddoppiata, il Pil che, nonostante la timida ripresa di questi anni, è ancora sotto del 5,4% (in termini monetari siamo tornati al Duemila), un quarto della produzione industriale persa. Le diseguaglianze  crescono e chi può non spende. Temendo il futuro gli italiani, hanno  ricominciato a risparmiare. Per farlo tagliano i consumi rallentando la ripresa.

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