La crisi che sta arrivando a causa del coronavirus rischia di essere gravissima e, soprattutto, sembra che il sistema economico globale, così come il nostro corpo umano, non possa difendersi così come sarebbe stato abituato nel passato. Gli messi in campo negli ultimi dieci anni prevedevano, infatti, che fossero le banche centrali a pompare nuovo denaro nel sistema per dare nuovo stimolo alla domanda. Ma la crisi che stiamo per attraversare nascerà dal fatto che le filiere che producono e distribuiscono beni potrebbero andare distrutte. Quello che rischiamo, oggi, non è la scarsità di domanda ma una drammatica scarsità di beni di consumo disponibili sugli scaffali.

Le recessioni del passato hanno avuto inizio a seguito di un drastico indebolimento della spesa al consumo, che ha costretto le aziende a far fronte a un calo del fatturato e ha innescato un pericoloso circolo vizioso a base di ridimensionamento del personale, rallentamento dell’attività di acquisto di beni e contrazione economica, scriveva qualche giorno fa Ben Wick su Businessinsider.com. Che aggiungeva: “Ciò che rende unico il coronavirus è il fatto che sta iniziando ad avere ripercussioni sia sul fronte della domanda sia su quello dell’offerta. La cosiddetta “distruzione della domanda” dovuta agli ordini di quarantena relativi alla Cina rappresenta una grave minaccia a breve termine, hanno scritto gli analisti di Morgan Stanley in una nota venerdì scorso, aggiungendo che l’attività di consumo sarebbe calata nettamente nei settori del turismo, dell’intrattenimento e della vendita al dettaglio di oggetti fisici.”

Lo scombussolamento delle attività manifatturiere “avrà un impatto molto più ampio sull’economia globale tramite gli effetti di spillover sulle filiere globali”, ha affermato il team diretto da Chetan Ahya, chief economist di Morgan Stanley, aggiungeva Wick. Gli ultimi dati economici provenienti dalla Cina indicano che i problemi relativi all’offerta in questo Paese sono tutt’altro che finiti. L’indice Pmi manifatturiero in Cina è sceso a 35,7 punti a febbraio dai 50 punti del mese precedente, segnando il livello più basso dal 2004. L’attività manifatturiera è scesa ai minimi da quando si registra questo dato, lasciando alle aziende la cui attività produttiva è concentrata in Cina poche speranze di assistere a un rimbalzo dell’offerta.

Un supply shock pone le banche centrali in una posizione difficile a mano a mano che l’epidemia si intensifica, conclude Wick. La Federal Reserve può ridurre il suo tasso d’interesse di riferimento per incoraggiare la spesa, ma l’attività di acquisto stimolata in questo modo non contribuisce più di tanto a far riprendere un’economia quando non ci sono scorte a disposizione, ha scritto Ryan Avent, editorialista economico dell’Economist, in una newsletter inviata il 25 febbraio. “Non importa quanti soldi appena stampati si mette in tasca alla gente se non ci sono negozi aperti e se, anche se ci fossero, non ci sarebbero camion disponibili per consegnare loro le merci” ha scritto Avent.

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