Sabato scorso il fondatore di questo blog ha pubblicato un interessante intervento sulle pagine di Libero dedicato alla schizofrenia dei meccanismi che regolano la tassazione in Italia. Spiegano come la maggior parte degli argomenti di riforma sul tavolo siano diventati, per l’ennesima volta, moneta di scambio elettorale. A rimetterci, come al solito, è il Paese.

“Siamo alle soglie delle elezioni locali in Emilia Romagna e oggi, sul Sole 24 Ore, ho letto uno studio che mi ha fatto pensare che, probabilmente, i risultati sono già segnati dalle disuguaglianze create e sancite dal sistema fiscale attuale e anche dalla strada che il governo attuale sembra avere imboccato per la riforma delle aliquote Irpef – scriveva sabato Preatoni –. Il giornale di Confindustria ha scoperto che, per il fisco, i nostri soldi pesano in maniera incommensurabilmente diversa, che tu sia un dipendente – magari con un paio di figli a carico – un pensionato o, peggio un libero professionista. Gli imprenditori, anche quelli piccoli, sono ovviamente la categoria più tartassata. “Per il fisco italiano 20mila euro di reddito prodotti da un professionista o un autonomo in genere possono valere fino a 106 volte di più degli stessi 20mila euro guadagnati da un lavoratore dipendente – scrivono Marco Mobili e Gianni Trovati –. E preziosissimi, agli occhi dello stesso Fisco, sono anche i 20mila euro ricevuti da un pensionato: valgono il 20% in meno di quelli dell’autonomo, ma pesano 84 volte tanto quelli del dipendente. Almeno a giudicare dal conto delle tasse. Con 20mila euro di reddito e due figli a carico, l’Irpef chiede al dipendente 16,8 euro, con un’aliquota effettiva dello 0,1%, mentre pretende 1.421 euro dal pensionato e 1.786 euro dall’autonomo. Cioè, appunto, 106 volte in più.”

Ci sono due punti che, secondo Preatoni, mancano nella pur brillante speculazione dei due giornalisti di Via Monte Rosa. La prima è che, come hanno fatto notare parecchi quotidiani, negli ultimi tre anni il tessuto imprenditoriale italiano – al netto degli aiuti statali – ha incredibilmente fatto meglio di quelli della Germania e della Francia.

Chi non ha una partita Iva forse non se ne sarà nemmeno accorto, ma a Roma, il governo, tempo fa, ha deciso di dichiarare una guerra sottile all’impresa e, in particolare, alle partite Iva. Cioè ai più penalizzati dal regime fiscale esistente. Per iniziare, a Roma hanno cancellato l’estensione della flat tax fino a un reddito lordo di 100mila euro. Sempre a Roma hanno pensato bene di mantenere il forfait fino a 65mila euro, ma introducendo una “regoletta”, secondo cui non si può scegliere il regime forfettario per una nuova attività quando da lavoro o pensione si incassano più di 30mila euro lordi l’anno.

“È ovvio che tutto il dibattito che si è dipanato nelle ultime settimane sul cuneo fiscale e sull’estensione degli 80 euro sia una mossa elettorale – conclude Preatoni –. Una mossa che punta soprattutto ai lavoratori che godranno maggiormente di quegli interventi e che sono un target politico di particolare rilevanza, alle soglie di un’elezione determinante per il futuro del governo. In questo senso vanno anche il dibattito sulle pensioni e quello sulla riforma fiscale. Mi pare però un ragionamento assai miope: è facile che dipendenti e pensionati finiscano per andare a votare pensando a figli e nipoti, che non trovano lavoro – perché il Paese tutela chi ha già un’occupazione e diritti ma dimentica gli altri – oppure che si arrabattano per non soccombere alle gioie fiscali della partita Iva. Gli imprenditori, poi, non ne parliamo: temo non aspettino altro di poter dire la propria, il prima possibile.”

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