L’accordo che si sta costruendo in Grecia è un’operazione da giocolieri. I mercati ci credono perché tanto non hanno niente da perdere, ma non appena il bluff verrà fuori ribalteranno le posizioni continuando a guadagnare.

Prima di spiegare che cosa succede facciamo una premessa importante: il 30 giugno la Grecia sarà comunque fallita. Anche se ci dovesse essere l’accordo è impossibile che venga approvato dai parlamenti nazionali (a cominciare da quello greco). Vuol dire che l’1 luglio Atene sarà dichiarata insolvente dal Fondo monetario. Questo è un fatto. Il resto sono chiacchiere.

Ma c’è di più. Il piano presentato da Tsipras è solo una diversa declinazione dell’austerità. Il peso dell’aggiustamento ricadrà per intero sul settore privato. La funzione pubblica, che ormai rappresenta la base sociale della sinistra (come a Roma e dovunque in Europa tranne Londra) non verrà toccata. Il 75% della spesa pubblica ad Atene è destinata a pensioni e stipendi. Il piano inviato a Bruxelles non li tocca se non per qualche sforbiciata, per esempio rendendo più rigide le norme sui prepensionamenti. Poca cosa. Proprio per non usare il piccone è previsto un aumento dei contributi previdenziali di 800 milioni. Vuol dire che il paradigma dell’austerità resta confermato ma a pagare sarà il settore privato attraverso un incremento delle tasse su lavoro, imprese e persone fisiche. L’obiettivo dell’avanzo primario dovrebbe essere ottenuto attraverso un contributo di solidarietà a carico dei redditi oltre 30 mila euro e con un prelievo straordinario sulle imprese che guadagnano più di 500 mila euro. Il sistema industriale greco (piccolo e povero) riceverà una mazzata perché dovrà fronteggiare l’aumento di imposte e contributi. In queste condizioni non si capisce come farà il Pil della Grecia a svilupparsi. L’unica cosa che crescerà, infatti sarà la disoccupazione e il lavoro nero.

È chiaro che la proposta arrivata da Atene è insensata dal punto di vista economico. Ha solo natura politica. In questo senso riflette la situazione dell’euro: assurdo dal punto di vista economico e sociale (infatti sta impoverendo l’Europa a vantaggio della Germania), ma frutto di un investimento politico cui nessun governo (nemmeno l’estrema sinistra di Tsipras) è in grado di sottrarsi. Quanto potrà durare? Non molto. Nel frattempo vale la vecchia invocazione. “Io speriamo che me la cavo”.

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