Sabato scorso il fondatore di questo blog, Ernesto Preatoni, ha pubblicato un commento sulle pagine del quotidiano Libero, dedicato alla guerra dei dazi, alla quale l’Unione Europea – con la scusa delle tasse sull’inquinamento – sembra intenzionata a partecipare attivamente. Col risultato che la già zoppicante economia globale rischia di rallentare fino a fermarsi, per poi implodere. Peccato che nessuno sembri accorgersene.

“La storia, quella che ci insegnavano da bambini alle elementari, testimonia una piccola, grande, verità – scrive Preatoni   –: nell’antichità in Europa e nel continente asiatico si sono sviluppate di più – e si sono arricchite – quelle società che erano meno isolate e più esposte agli incontri e agli scambi con le altre popolazioni. Meno frontiere fisiche, maggiore capacità di movimento e scambio determinano una maggiore capacità di un popolo di ampliare il proprio mercato di riferimento, la quantità di merci sul mercato, ma anche e soprattutto una maggiore circolazione di idee.”

Anche l’Unione Europea è nata proprio su questo principio: abbattere le barriere interne, creare un mercato comune che consentisse libera circolazione di merci, idee e persone. Lo scenario che vedeva, fino a prima della Grande Crisi del 2008, la maggior parte degli Stati impegnati per creare accordi transnazionali per gli scambi di merci e persone oggi però è letteralmente morto. La prova provata viene dalla scelta degli Usa di paralizzare l’Organizzazione Mondiale del Commercio – o World Trade Organization (Wto) – fondata nel 1995 per regolamentare e supervisionare gli accordi commerciali tra i 164 stati membri bloccando la nomina di quattro nuovi membri della Corte d’appello.

“Sull’altra sponda dell’oceano anche l’Europa si sta convincendo della necessità di tornare ai dazi e aiuti di Stato: la “scusa” sono le politiche verdi adottate dall’Unione, che determinano maggiori costi per la produzione del Vecchio Continente – aggiunge Preatoni –. L’idea di Bruxelles è ora quella di “penalizzare” i partner commerciali che producono troppa Co2 oppure che non rispettano l’ambiente – un esempio per tutti: il Brasile con l’Amazzonia – attraverso dazi e barriere alle dogane.”

“Come finirà? Piuttosto male, temo – conclude Preatoni –. L’economia di tutti quegli Stati – come gli Usa, l’Europa e il Giappone – che si sono puntellate sui tassi di interesse al limite dello zero, procedono a passo non così spedito e la guerra commerciale, come si è visto negli anni ’30, non farà altro che rallentarne la crescita. Il risultato è che tutto il castello di carta in cui si concentrano le attuali scommesse di investitori e grandi fondi – e il debito pubblico delle nazioni troppo indebitate, come la nostra – potrebbe esplodere velocemente e con facilità. Nel frattempo, però, nessuno sembra preoccuparsene troppo, come l’orchestra che suonava sul ponte del Titanic, mentre questo affondava inesorabilmente.”

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