Dopo l’Istat anche l’Inps conferma: i posti di lavoro in Italia stanno calando. Sembra ormai una specie di partita a scacchi tra Palazzo Chigi e le agenzie pubbliche. Renzi parla di svolta perché nei primi tre mesi sono stati firmati ben 470 contratti a tempo indeterminato: il 24% in più dell’anno scorso. Come sempre dimentica la seconda parte del ragionamento, e cioè che si tratta di una semplice stabilizzazione di contratti a scadenza. Sono ormai mesi che va avanti questa storia: il governo che si ostina con la sua “narrazione” dei fatti sociali. Racconta, cioè quello che piacerebbe accadesse, non quello che accade. Perché altrimenti dovrebbe fermarsi dinanzi ad un dato secco e inconfutabile fornito sempre dall’Inps: il numero degli occupati non cessa di diminuire. I posti di lavoro erano 22 milioni 306 mila a dicembre. A fine marzo si erano ridotti a 22 milioni 195 mila. In tre mesi sono spariti ancora 111 posti di lavoro e i disoccupati sono arrivati a 3,5 milioni. Poi ovviamente possiamo raccontarla come più ci piace. La realtà è semplicemente questa: le aziende, sfruttando i vantaggi contributivi della nuova legge (ottomila euro l’anno per tre anni), regolarizzano i lavoratori che già hanno in casa. Tuttavia a causa della sfiducia nel futuro si guardano bene dall’allargare gli organici. Questa è la situazione, e ogni altra lettura è pura mistificazione.

Conosciamo già le obiezioni: la ripresa economica è appena iniziata e gli imprenditori prima di far partire nuove assunzioni vogliono essere sicuri che il cammino si sia stabilizzato. Come sempre è una maniera per girare in tondo attorno al problema: senza un piano di investimenti forte l’occupazione non partirà mai. Un tempo sarebbe toccato allo Stato far partire il ciclo delle nuove spese, oggi non è più possibile a causa dei vincoli dell’euro. Così spetterebbe ai privati che però se ne guardano bene. Per quale ragione dovrebbero investire? Quale domanda aggiuntiva devono servire? Di fronte a questi interrogativi si fermano e l’economia italiana continua a spegnersi. Anche se domani, per la prima volta da tredici trimestri (oltre tre anni), ci sarà la prima variazione positiva del Pil.

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