Arriva la fine di marzo. Per molti lavoratori è una scadenza che dice poco, o nulla. Ma per chi lavora in finanza è meglio di Natale. Arrivano i bonus. E signori i bonus che percepiranno i dipendenti dei grandi fondi di investimento quest’anno saranno come Natale e Capodanno insieme. Già perché mentre gli imprenditori si sono visti lottare con la crisi, la burocrazia e i ristori, i lavoratori del settore privato sono appesi alla solidità della propria azienda e quelli che, invece, avevano un impiego in nero non hanno potuto fare altro che tentare di sopravvivere, la finanza – spinta dal sostegno delle banche centrali – volava. Risultato: i fondi comuni hanno registrato – chi più, chi meno – le migliori perfomance degli ultimi vent’anni. Con buona pace di chi produce nel mondo delle persone reali.

Dieci, venti, qualche volta cinquanta mila euro, staccati, con un singolo assegno a fine marzo. Sono i bonus che le grandi case di investimento si apprestano a staccare in primis ai propri gestori e poi al resto delle maestranze. Sì perché se il 2020 è stato un anno da incubo per i lavoratori colpiti dall’incubo del Covid – ristoratori e operatori nell’ambito del turismo in primis – i grandi investitori istituzionali l’anno scorso hanno fatto il botto. I motivi? Due. Il primo: il tasso di risparmio, salito come mai prima, soprattutto in Italia.

Già perché chi aveva due soldi da parte – specie i lavoratori con un contratto a tempo indeterminato e magari con uno stipendio decente – non si è sentito di spendere per acquisti voluttuari, figurarsi svenarsi ogni anno per le vacanze. Tutto quello che si poteva tenere da parte è finito sul conto corrente, successivamente investito – di solito su consiglio del gestore di fiducia della propria banca – in qualche fondo comune a basso rischio. Tante mollichine di pane che sono diventate un granaio per i grandi investitori, che di liquidità ne avevano già tanta, investiti – come sono stati negli ultimi anni – dalle misure di “alleggerimento monetario” volute dalle grandi Banche Centrali.

Se BCE e FED comprano titoli di Stato, azzerando, di fatto, i rischi sui mercati, i gestori si possono – a volta addirittura – devono comprare qualunque cosa pur di investire questo fiume di dobloni che gli è piovuto addosso. Risultato: i mercati, non importa quanti morti di Covid si registrino giornalmente, di quanto aumenti la disoccupazione e quanto si contraggano i consumi, continuano a salire. Risultato: gli indici crescono e, con essi, il valore degli investimenti fatti.

Ecco perché a fine marzo, chiusi i bilanci 2020 delle grandi case di investimento, ora si festeggia: ostriche e champagne di un settore finanziario completamente sconnesso dall’economia reale. Speriamo, solo, che non sia l’ultimo party a Versailles prima della rivoluzione.

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