Tanto per cominciare un dato positivo. Così da non essere accusati di pregiudizio negativo: a novembre gli occupati sono aumentati di 65.000 unità. Il tasso di disoccupazione è in calo e il numero assoluto di occupati (23,1 milioni) non si vedeva dal 1977.

Le buone notizia, però, si fermano qui. Le considerazioni successive spiegano l’Italia del rancore, come l’ha chiamata il Censis. Guardando i numeri con attenzione si scopre che nella quasi totalità dei casi siamo in presenza di contratti a tempo determinato. L’aumento delle assunzioni stabili, segnala l’Istat è solo dello 0,3%. Negli altri nove casi su dieci si tratta di assunzioni a scadenza. Per capire ancora meglio che cosa sta succedendo bisogna dare un’occhiata all’indice delle ore lavorate (che l’Istat, però, non fornisce). Dieci anni fa, prima che la crisi iniziasse, sfioravano i 23 miliardi dice la Cgia di Mestre. Oggi sono meno di 22 miliardi. Mancano all’appello mancano ancora 1,1 miliardi di ore, circa il 5% del totale. Tutto questo per dire che cresce l’occupazione ma non il lavoro. Salgono i commensali ma non la torta che anzi è più piccola. Per dividerla a tutti che si fa? Si assottigliano le fette ovviamente. Sul mercato del lavoro questo si traduce in una semplice equazione: più precariato e meno stipendi. Sempre la Cgia di Mestre rileva che se nel 2008 i dipendenti a tempo pieno erano l’86% del totale, otto anni dopo sono scesi all’81% e la retribuzione media si è assottigliata del 3,4%. Sarà per questo che fra gli italiani non si respira lo stesso ottimismo che traspare dalle dichiarazioni ufficiali? Ma c’è di più. Con il 2018 scadono gli incentivi che avevano spinto le assunzioni nel 2015. Per dare una scossa al mercato del lavoro Matteo Renzi si inventò l’azzeramento dei contributi a carico delle aziende per tre anni. Grazie a questo meccanismo venne registrato un boom di nuovi contratti: 916.000 in un anno, 269.000 dei quali solo a dicembre, cioè prima che finisse la cuccagna. Bene. Anzi male. Perché passati tre anni e modificate le condizioni, i sindacati temono un’ondata di licenziamenti. Le aziende che hanno assunto sull’onda dello sgravio, ora che il vantaggio è finito, potrebbero licenziare. Le confederazioni parlano di 700.000 persone a rischio. Ma forse esagerano. Una cosa però è certa: prima di suonare la fanfara è meglio aspettare. Fra qualche mese potremmo vedere lacrime e sangue.

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