A prima vista non è cambiato nulla. Il tasso di disoccupazione a settembre è pari all’11,1% confermando i minimi da cinque anni. Ma sotto la superficie tante cose sono cambiate. E non tutte per il meglio. A crescere sono gli occupati maschi con più di 35 anni. Si è così interrotto bruscamente il calo degli inattivi ed il lavoro è tornato precario. La ripresa economica stenta a tradursi in maggior occupazione per donne e giovani. I risultati, insomma, non quadrano con le aspettative del Jobs Act. A crescere più di tutto è la formula del tempo determinato. Dei 326mila posti creati quest’anno solo 26mila sono a tempo indeterminato mentre gli impieghi a termine sono stati 361mila. La differenza si spiega con la scomparsa di 60mila autonomi. Il fenomeno è cominciato nel 2004: i lavoratori indipendenti da quasi 6 milioni e 300mila si sono ridotti a meno di 5 milioni e 500mila: dal 25,3 al 22,4 per cento del totale. Negli stessi anni raddoppiano i lavoratori stranieri indipendenti: da poco più di 170mila a oltre 320mila. È la conferma che il contratto a termine resta la formula più utilizzata per le nuove assunzioni. Il tempo indeterminato rappresenta meno di un quarto del totale, con picchi particolarmente negativi tra i giovani, dove un ruolo importante, oltre che dalle assunzioni a termine, è giocato anche dall’apprendistato e dalle assunzioni stagionali. Da gennaio ad agosto solo l’8,5 per cento delle assunzioni di under 24 è avvenuta con contratti stabili. Nel 2015 erano il 20%. Un fallimento se si considera che l’obiettivo del Jobs Act era quello di estendere il tempo indeterminato (senza più l’articolo 18) come tipologia contrattuale «normale». In questo senso il raddoppio della «tassa sul licenziamento» (che le imprese versano per la Cig) rischia di rendere inutile la norma che prevede sgravi contributivi per i giovani assunti a tempo indeterminato. Se liberarsene è troppo costoso, meglio utilizzare contratti a termine. Così cresce il precariato. Si scopre che il posto fisso è stato distrutto. Ma al suo posto non c’è nulla. Eppure lo sanno tutti che solo la piena occupazione e alti salari garantiscono lo sviluppo. Non solo dell’economia ma anche la democrazia. Altrimenti si intensifica la ricerca di soluzioni diverse.

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