Pubblichiamo oggi l’ultimo articolo di questo blog prima della pausa estiva. Lo dedichiamo a una “brillante” idea di Dambisa Moyo. Si tratta di un’eminente economista, nata a Lusaka (Zambia) nel 1969, che ha studiato tra Oxford e Harvard e ha lavorato per la Banca mondiale e Goldman Sachs.

Che pensatona ha avuto Moyo? Nel suo libro “Edge of caos”, l’economista ha lanciato quella che ha definito “una provocazione”, partendo dal presupposto che la democrazia così come intesa oggi vada “aggiustata”: perciò ha proposto che ciascun elettore debba essere in grado di dimostrare di essere preparato sugli argomenti e sui candidati sui quali si accingerà a votare. Qualora non sia in grado di superare “l’esame”, il voto dell’elettore in questione varrà meno.

Speriamo che la proposta dell’economista resti una boutade, uno scherzo da circolino radical chic. Giova ricordare, per chi non avesse studiato la storia, che uno dei fattori scatenanti della Rivoluzione Francese (da cui deriva l’idea di democrazia occidentale moderna) fu il fatto che nel corso della seconda riunione degli Stati Generali a Versailles, il 5 maggio 1789, le delegazioni di nobiltà e clero si opposero alle proposte di procedura elettorale avanzate dal Terzo Stato, cioè la plebe, che, essendo il gruppo più numeroso, con il sistema del voto per testa si sarebbe assicurato la maggioranza.

Fu allora che i rappresentanti del Terzo Stato fecero il famoso giuramento della Pallacorda, stabilendo di non separarsi prima di aver dato una Costituzione alla Francia e, a questo scopo, il 9 luglio 1789 si proclamarono Assemblea nazionale costituente. La democrazia occidentale è nata da questo principio: che a ogni testa debba corrispondere un voto. Oggi qualche élite sembra tentata dall’idea di tornare al voto per censo, dato che le bugie delle tecnocrazie non sembrano più in grado di blandire i popoli. La scusa è che le economie “dei mandarini” – come quella cinese – funzionino meglio di quelle governate dalle vecchie democrazie occidentali. È, ovviamente, una scusa di chi non ha più presa sui popoli. È anche un rischio che dimostra l’ignoranza di queste élite – le stesse che hanno urlato contro “la lebbra populista” – che sembrano totalmente disorientate all’idea di aver perso i privilegi che si erano assicurate per più di cinquant’anni.

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