A due giorni dal voto l’Istat ha pubblicato i dati del 2017 salutati da diffuse manifestazioni di soddisfazione. Soprattutto negli uffici del governo. Il Pil italiano è aumentato dell’ 1,5 che rappresenta il risultato migliore dal 2010, quando la crescita era stata dell’ 1,7%. Il debito cala 131,5%, rispetto al 132,0% del 2016. La disoccupazione scesa al 10,5%. Applausi. Proprio quello che serve in vista del voto.

Peccato che la realtà sia un po’ diversa. Perché se è vero che siamo vicini al record di crescita è anche vero che restiamo il vagone di coda dell’Europa (e non solo). Siamo stati superati anche dalla Grecia (+1,6%) e dalla Spagna che, nonostante il problema della Catalogna migliora del 3,1%. Il Pil della Ue, in media, è salito del 2,5% e questo significa che siamo sempre lontani. Un andazzo che va avanti da quando c’è l’euro: quando si scende noi scendiamo di più. Quando si sale siamo i più lenti. Non si scappa. 

E non parliamo del debito. Grandi applausi perché il rapporto debito/Pil è sceso di ben mezzo punto (da 132% a 131,5%). Già così sarebbe una cosa abbastanza ridicola. Un miglioramento di appena mezzo punto dopo due anni di tassi d’interesse a zero mo sottozero. A peggiorare la situazione c’è la mancata contabilizzazione del contributo erogato per chiudere la partita delle banche venete (Banca Popolare Vicenza e Veneto Banca). Complessivamente si tratta di 17 miliardi che devono essere messi a carico dello Stato. L’Istat non lo ha fatto perché così vuole il governo dicendo che non si tratta di un sussidio ma di un prestito. A Bruxelles, però, non la pensano così. Hanno già fatto sapere che Eurostat li calcolerà come contributo a carico del bilancio pubblico. Se e quando quel finanziamento dovesse tornare indietro se ne parlerà. Risultato? La riduzione del debito di cui tanto si vantano Gentiloni e Padoan non è altro che una fake news.

Non parliamo poi della disoccupazione. A gennaio è già tornata a salire raggiungendo l’11,1%

In aumento dello 0,2% su dicembre. Una variazione così non si vedeva da luglio. Come ormai è tendenza da tempo, se è vero che il numero di persone con un lavoro è cresciuto di 25.000 unità, è anche vero che perlopiù si tratta di contratti a termine (+66.000), mentre quelli a tempo indeterminato sono ancora una volta in calo (-12.000). Questa è la realtà. Il resto è solo campagna elettorale.

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