Riceviamo e pubblichiamo, questa volta integralmente – così come ci è stato chiesto da alcuni lettori – la lettera di Nicoletta, una lettrice del nostro blog che fa l’architetto e che, nel periodo del lockdown se l’è vista brutta, col fatturato azzerato e i clienti che non pagavano. Un aiuto le è arrivato – dopo peripezie non indifferenti con la burocrazia – dallo Stato e dalle banche.

Buongiorno,

mi chiamo Nicoletta, rispondo al vostro “appello” di mandarvi le storie di difficoltà lavorativa dovuta all’epidemia di Covid-19 che si è diffusa nel nostro Paese.

Mi chiamo Nicoletta e faccio l’archittetto: dopo anni da “apprendista” a Milano (un termine che in studio usano per sfruttarti e non pagarti) ero riuscita a farmi un discreto giro di clienti nella zona di Como. Già prima dell’epidemia non guadagnavo cifre straordinarie: tra tasse, cassa previdenziale e costi occulti (ad esempio: il commercialista), alla fine dell’anno non mettevo via niente, ma almeno riuscivo a mantenermi senza pesare sui miei familiari.

Il Covid si è abbattuto sul mio lavoro come un fulmine: da un giorno con l’altro tutti i progetti su cui stavo lavorando si sono letteralmente congelati. I clienti sono spariti e le parcelle sono rimaste in sospeso. Tralascio i clienti morosi, quelli per cui avevo già finito di lavorare, che non mi pagavano e che continuano a non pagarmi le fatture. Devo dire che ho avuto veramente paura di dover chiedere aiuto alla mia famiglia. Con la forza dell’ansia di non essere più in grado di sostenermi da sola ho deciso di tentare in tutti i modi di accedere agli incentivi previsti dallo Stato per le partite Iva.

Premessa: non è stato facile ottenere il bonus a fondo perduto. Ci venivano richieste carte e informazioni che non sarei mai stata in grado di raccogliere e fornire da sola, sono riuscita ad accedere al beneficio solo grazie all’impegno del mio commercialista che – a forza di straordinari – è riuscito a mettermi in condizione di inoltrare la domanda. Commercialista che, ovviamente, ho dovuto pagare a parte per il servizio.

Ed è stato sempre grazie al supporto tecnico del commercialista se, un documento alla volta, sono riuscita ad accedere, presso la mia banca, al prestito garantito dallo Stato: 25mila euro conquistati lottando contro la burocrazia, ma che, alla fine, sono stati approvati e con i quali conto di poter far ripartire con maggiore serenità la mia attività. Posso dire, ora, di essere più tranquilla nel breve termine. La grande domanda che pongo ora è: riprenderà il lavoro? Sono tornata a fare qualcosa, ma siamo a circa il 40% di volume di lavoro che ero abituata a smaltire prima del Covid. E già allora non potevo certo dirmi ricca.

Questo volevo dire signor Preatoni, a lei e a chi leggerà questa lettera: per noi liberi professionisti il Covid è stato, e temo sarà, soprattutto paura di non poter riprendere una vita normale. Ogni tanto mi sveglio e mi chiedo: adesso ho della liquidità da parte, ma cosa farò se il lavoro non tornerà e non sarò in grado di ripagare il prestito in banca? Fallirò? Mi dovrò inventare un’altra vita?

Alcuni miei vecchi compagni di università mi ripetono che il lavoro che c’era in Italia, a Milano soprattutto, è finito e che se voglio continuare a fare questa professione devo convincermi a mettermi a disposizione di un committente estero. Confesso senza vergogna che ci sto pensando seriamente.

Spero con questo mio commento di aver contribuito alla discussione sul vostro blog.

Nicoletta

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailfacebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail