Qualche settimana fa, sulle pagine del quotidiano La Repubblica, è apparsa una riflessione sul tema dell’inflazione. Nell’articolo di Francesco Guerrera ci si domanda quello che gli investitori e grandi paperoni si domandano da mesi: siamo finiti in una bolla? Gli asset finanziari sono destinati a crollare, di botto, nei prossimi mesi? E i prezzi, contestualmente, saliranno di colpo? La verità è che nessuno lo sa con certezza. Ma molti pensano che, in realtà, la bolla ci sia già, anche se forse non esploderà domani. È, però, solo questione di tempo.

“È toccato a un comunista doc mettere a nudo le paure dei capitalisti della finanza – scrive Guerrera –. “Sono preoccupato che il problema delle bolle nei mercati stranieri un giorno scoppi” ha detto Guo Shuqing, capo dell’organismo che regola banche e assicurazioni cinesi e astro nascente nel firmamento politico di Pechino. Complimenti per il tempismo – proprio quando i mercati delle obbligazioni sono in tumulto – per l’ironia della “preoccupazione” proveniente da un paese che ha alimentato la più grande bolla economica della storia, e per la malcelata malizia di un attacco preventivo che attribuisce all’Occidente le colpe di un futuro crac.”

Secondo Guerrera ci sono tre aspetti fondamentali per capire se siamo in una bolla e sono tutti controllati dalle autorità monetarie. Il primo sono le valutazioni altissime di parecchi settori del mercato – in particolare la tecnologia e altre industrie che hanno fatto bene durante la tragedia del virus (le aziende farmaceutiche, quelle delle compere online, la logistica ecc.). Fino a quando queste condizioni di estrema liquidità persistono, è difficile pensare allo scoppio della bolla perché la passione per il rischio degli investitori sarà sostenuta dal denaro in circolazione. Ma che succederebbe se le banche centrali incominciassero a ritirare lo stimolo?

Il terzo aspetto è forse il più ovvio: se davvero la ripresa economica fosse più robusta del previsto – e riuscissimo a relegare il Covid ai libri di storia – a beneficiarne sarebbero gli utili delle aziende, i salari dei lavoratori e, per definizione, le sorti dei mercati azionari. Se Jay, Christine e Haruhiko (e Joe, Mario, Angela, Boris ecc.) continuano a sostenere l’economia mondiale con miliardi di aiuti, gli investitori non devono (ancora) preoccuparsi delle bolle. Devono magari preoccuparsi dell’inflazione futura creata da tutti questi soldi a basso prezzo, ma sarà un problema per la prossima generazione. “Guo, la Cassandra cinese, ha ragione quando dice che, prima o poi, i mercati crolleranno ma il “prima o poi” dipende da un’élite di banchieri e politici di cui la Cina non è parte – conclude Guerrera –. È forse la consapevolezza di quest’impotenza che sta facendo innervosire Pechino.”

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