L’Euro sta spingendo – lentamente ma inesorabilmente – fuori dai binari l’Italia. A quanto pare se ne sono finalmente accorti (bontà loro) anche i professori, se è vero che la scorsa settimana uno dei più eminenti economisti europei, Nouriel Roubini, dall’alto della propria cattedra alla New York University ha dichiarato: “L’Italia è un disastro ferroviario al rallentatore”. Per Roubini “l’Italia è troppo grande per fallire, ma è anche troppo grande per essere salvata.” perché, stando all’economista, il debito pubblico italiano sarebbe troppo ampio per poter essere sottoposto a un programma di bail out simile a quello attuato per la Grecia.

Insomma, se due indizi fanno una prova, possiamo dire che anche le elités iniziano ad accorgersi dell’errore marchiano commesso da chi disegnato l’area Euro e le regole per appartenervi. Il primo indizio sono state proprio le parole di Roubini, il secondo arriva da quelle di Joseph Stigliz: il premio nobel 2001 per l’economia, sempre la scorsa settimana, ha attribuito alla moneta unica le responsabilità della stagnazione italiana. Il motivo? Semplice: “Il fatto di avere la moneta unica senza più controllo sule politiche fiscali e monetarie – ha spiegato Stigliz – ha tolto margine di manovra al Paese per migliorare la propria condizione.” Il risultato, secondo Stigliz, sono stati “vent’anni senza crescita significativa.” E il peggio, secondo il premio Nobel, deve ancora venire dal momento che “Le strutture di controllo dell’Euro non consentono all’Italia di crescere, dato il sistema economico e produttivo del Paese. E non ci sono riforme strutturali che possano cambiare questa situazione.”

Insomma: per Stigliz la madre di tutti i problemi è e resta l’Euro. Quella dei compiti a casa da fare in Italia – un mantra degli euroentusiasti – è solo una retorica buona per tenere calme le masse. Certo, ammette il professore, l’uscita dalla moneta unica sarebbe complessa e non priva di criticità. Ma rappresenterebbe, se non altro, una strada per ridare una prospettiva di crescita al Paese. L’alternativa è restare sulla vecchia via che porta, verso un risultato sicuro: un’Italia destinata a diventare colonia economica di Germania e Francia.

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