L’Europa sta male, molto male. Ma è una cosa che non si deve dire. Solo così, infatti è possibile tenere tranquillo l’euro ed evitare la caduta delle Borse. I sacerdoti della grande finanza vogliono i loro riti. Eppure i sintomi dell’arretramento non sono difficili da leggere. In Germania un centinaio di deputati cosiddetti populisti farà ingresso in parlamento. In Catalogna gli indipendentisti e la polizia si sono contesi i seggi per un referendum popolare che sta aprendo ferite brucianti. In Francia ha vinto Macron, ma al primo turno lo ha votato non più di un francese su cinque. In Italia, vista dall’estero, si vede una campagna elettorale che sembra un ballo in maschera. Inutile parlare della Brexit che ha determinato lo status costituzionale di un Paese profondamente diviso. La pagellina macroeconomica che il nuovo ceto dei sacerdoti dell’euro compila ogni giorno rappresenta un grave errore politico e un disastro economico e sociale. Germania e Gran Bretagna hanno prodotto il voto più spiazzante del dopoguerra mentre viaggiavano a piena occupazione (la Repubblica federale con appena un 3,8% di disoccupati). Della Spagna si sono passati gli ultimi anni a spiegare che cresceva di più del 3% perché aveva «fatto le riforme». Paesi che sembravano risolti e non lo erano. Forse meritavano un’analisi più libera e profonda. Si guarda appena sotto, e si scopre che la crescita media per abitante in Germania – quella che ogni singolo elettore sente sulla propria pelle – negli ultimi cinque anni è stata dello 0,9% e negli ultimi due anni è stata persino inferiore all’Italia (il resto della crescita tedesca è venuto dall’aumento della popolazione straniera). Si guarda sotto la superficie, e si nota che la Gran Bretagna è tornata presto ai livelli pre-crisi solo perché gran parte dei nuovi redditi è andata al 10% più ricco della popolazione. Si guarda appena sotto alla ripresa spagnola e si scorge il calo continuo dei salari. Si vede anche che la rivolta catalana affonda le radici direttamente nella crisi dell’euro: rimasto senza fondi, il governo di Barcellona nel 2011 ha scelto Madrid come capro espiatorio delle proprie miserie. In realtà entrambi erano vittime di una crisi europea all’inizio gestita malissimo, imponendo tagli e tasse al momento meno opportuno. Tutto questo segnala che camminiamo ancora su ghiaccio sottile. È forte il pericolo di una nuova crisi economica e, soprattutto quello, ancora più grave, di una recessione democratica. Nessuno, però, che abbia il coraggio delle decisioni forti. Più facile ascoltare l’orchestrina mentre il Titanic affonda.

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