Il 14 gennaio, durante la plenaria del Parlamento Ue il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis, ha annunciato: “Vogliamo raggiungere emissioni zero entro il 2050. Non possiamo fallire. Il piano per gli investimenti sostenibili adottato oggi dalla Commissione europea” punta a “mobilitare almeno mille miliardi di investimenti nei prossimi dieci anni” e invia un chiaro segnale a tutti: “quando si fanno investimenti occorre pensare verde”. Si chiama “green deal” ed è la punta di diamante, oltre che il vanto, del programma di governo della Commissione guidata da Ursula Von Der Leyen.

In cosa consiste il Green Deal? È un programma per spostare 100 miliardi di euro (110 miliardi di dollari) in investimenti per rendere l’economia più rispettosa dell’ambiente nei prossimi 10 anni. “Con Invest Europe mobiliteremo circa 279 miliardi di euro di fondi pubblici e privati per investimenti favorevoli al clima e all’ambiente. Il cofinanziamento nazionale per progetti verdi conta 140 miliardi di euro. Il meccanismo (Just Transition Mechanism) per la transizione dovrebbe mobilitare 100 miliardi”, ha spiegato ancora Dombrovskis.

“Il fondo è progettato per convincere i Paesi dipendenti dal carbone come la Polonia ad abbracciare il Green Deal, aiutandoli a superare i costi finanziari e sociali necessari ad allontanarsi dai combustibili fossili – spiegava qualche giorno fa la Repubblica –. “Vogliamo consentire alle regioni carbonifere di abbracciare senza esitazione il Green Deal europeo”, ha affermato un alto funzionario della Commissione. “I lavoratori che perdono il lavoro dovrebbero essere aiutati per la riqualificazione. Ci sarà supporto per nuove infrastrutture, assistenza per la ricerca di lavoro, investimenti in nuove attività produttive. E anche le regioni in cui cesseranno le attività esistenti dovranno essere rigenerate” ha aggiunto.”

Insomma: un programma pieno di buoni propositi e ideali, uno di quelli che piacerebbe tanto a Greta. Peccato che – tra le righe – si lasci intendere chiaramente che saranno molti a perdere il lavoro. Tutti quelli che lavoravano nelle vecchie industrie “sporche”. La gran parte di quanti oggi assemblano automobili a scoppio saranno a rischio perdita del posto di lavoro. E non è un caso il fatto che giganteschi fondi di investimento internazionale abbiano lanciato prodotti per investire sulla nuova economia “verde”.

La sensazione è che tutto questo trasporto di Bruxelles per il “verde” non sia solo una moda o un nuovo principio politico. No. È anche business, che rischia di fare ancora più ricchi i ricchi, e ancora più poveri i poveri. E non è un caso che Trump negli Usa – che in campagna elettorale non aveva fatto mistero di voler proteggere la vecchia industria – abbia stravinto le elezioni.

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