O si pone il segreto di Stato o i documenti si lasciano consultare in maniera integrale e trasparente. Non esiste la terza via. Invece è quella scelta dal ministro Padoan, che si è presentato alla Commissione d’inchiesta sulle banche con un carteggio sulla gestione dei derivati da parte del Tesoro definito «di natura riservata». Al di là dello sgarbo istituzionale resta il sospetto che il governo non abbia alcun interesse a mettere in piazza i dettagli di manovre finanziarie che ogni anno drenano montagne di soldi pubblici e su cui più volte la Corte dei Conti ha puntato i riflettori. I grandi numeri si conoscono. E fanno impressione. Al 31 dicembre 2016 il Tesoro aveva derivati in essere su 145,9 miliardi in calo rispetto ai 153,8 di fine 2015. Gli esborsi ammontano a 4,25 miliardi ma, considerando anche gli aggiustamenti contabili che incidono sul debito pubblico, il totale sale a 8,324 miliardi. Un valore importante e misterioso. Come nascono questi costi e, soprattutto: come fermarli? La Corte dei Conti, nel tentativo di capire, lo scorso luglio ha citato in giudizio la Morgan Stanley e i vertici del Tesoro per danno erariale. Nel 2011 e nel 2012 la banca d’affari ha costretto lo Stato a sborsare 3 miliardi per chiudere alcune posizioni. Proprio a questa vicenda si riferiscono le carte «incomprensibili» di Padoan, il quale, però, ha parlato di un «primo riscontro», spiegando che saranno forniti altri documenti, tra cui i costi delle transazioni pagati alle banche dal Tesoro. Aspettiamo fiduciosi. Anche perché è abbastanza singolare quello che sta accadendo: c’è una bomba nucleare sotto i conti pubblici italiani di cui nessuno vuole parlare. Perché? Da che cosa nasce tanta reticenza: Non si capisce. E nel dubbio nascono i peggiori sospetti.

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