Mentre tutti sono concentrati sullo spread finanziario sarebbe necessario concentrarsi di più sullo spread sociale. Non solo perché è più importante dell’altro ma soprattutto perché chiudendo lo spread sociale diventa molto più semplice abbattere l’altro. Il discorso è questo: l’Istat ha comunicato che il tasso di disoccupazione, ad aprile è risalito all’11,2%. Il mese precedente era all’11,1%. Una inezia, si dirà visto che lo 0,1% di differenza equivale a poche migliaia di persone. Certamente è così. Tuttavia si dimentica che, un disoccupato non è un numero ma una persona, la sua vita, il suo volto, il suo cuore. E senza voler scivolare nella retorica pietista il problema è il seguente: i disoccupati da circa sei anni si aggirano intorno ai 3 milioni. Nel 2007 erano la metà. Gli eurofanatici si pavoneggiano dicendo che le politiche di rigore hanno funzionato visto che il numero dei posti di lavoro ha raggiunto la punta di 23,2 milioni. Un record che non si vedeva dal 1977. Un paragone senza senso: quarant’anni fa i posti di lavoro erano granitici perché protetti dall’articolo 18 e, soprattutto, da un sindacato che nella storia d’Italia non era mai stato tanto forte.

Oggi la situazione è totalmente ribaltata. L’aumento dei posti di lavoro è concentrato sui contratti a termine (+329 mila), mentre diminuiscono i permanenti (-112 mila). La conferma di una tendenza in atto da tempo ovvero che il lavoro cresce, ma solo quello precario. Una situazione assai poco piacevole. A pesare è il costo del lavoro e l’incertezza del futuro, resa ancora più forte in questa fase di profonda crisi politica.

Ecco perché anche i liberisti più sfrenati dovrebbero guardare allo spread sociale con interesse superiore a quello finanziario. I precari, infatti consumano poco e rendono faticosa la crescita del Pil. Esattamente l’opposto di quello che serve al sistema delle imprese. Per svilupparsi avrebbero bisogno di un popolo sempre più ricco per alimentare il loro fatturato. Invece gli italiani , impauriti dal futuro, limitano gli acquisti e preferiscono risparmiare. La conferma arriva dall’inflazione che fatica ad arrivare al 2%. In questa situazione l’Euro gioca un ruolo determinante. Non potendo svalutare il cambio siamo stati costretti a deprezzare i fattori di produzione a cominciare dal capitale umano. Per contenere lo spread finanziario abbiamo ampliato lo spread sociale. A trarne vantaggio è stata prima di tutto la Germania: i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Fino a quando?

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