L’ultimo baluardo del capitalismo globalizzato moderno si chiama Wall Street. La Borsa di New York ha tenuto – grazie anche ai tagli della Fed – fino a venerdì quando, dopo uno svarione pari al 3 per cento di discesa, ha poi chiuso le contrattazioni con una discesa inferiore a un punto. La domanda ora è: cosa succederà ai listini statunitensi se il coronavirus attaccherà in maniera severa il Paese?

La nostra malridotta Italia, infatti, ha uno dei sistemi sanitari pubblici più efficienti al mondo. Non si può dire lo stesso per gli States dove sono parecchi i cittadini che non possono permettersi un’assicurazione sanitaria oppure ne hanno una di quelle che vengono definite “junk”, ovvero spazzatura. In queste condizioni difficilmente le persone – se non di fronte a sintomi davvero gravi – faranno approfondimenti per capire se hanno contratto o meno il coronavirus.

Il risultato? Un virus così capace di diffondersi rischia di contagiare velocemente tutto il Paese e se la Borsa di New York ha già iniziato a scricchiolare, il rischio è che la diga non tenga più e che molto presto ci ritroveremo a vedere il rosso su tutti i listini. Un rosso a cui non eravamo abituati almeno dalla grande crisi del 2007, dai tempi di Lehman e delle speculazioni collegate ai mutui subprime.

Questa volta, però, le banche centrali non potranno venire in nostro aiuto e soprattutto non potranno salvare i grandi speculatori che, negli ultimi dieci anni, hanno preso a prestito denaro a bassissimo costo per fare scommesse rischiosissime. Come finirà? È molto difficile dirlo, di sicuro rischiamo di assistere alla fine del capitalismo globalizzato, così come l’abbiamo conosciuto dagli anni ’90 ad oggi.

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