L’immagine è di quelle da ricordare: ieri, nel quinto giorno di sciopero contro la riforma delle pensioni in Francia, secondo le autorità francesi si registravano ben 600 km di code all’ingresso di Parigi. Il finimondo per dire no a una riforma che colpisce soprattutto i lavoratori sottoposti alle mansioni più usuranti. E che dovrebbe servire da monito a Macron, che forse non ricorda o fa finta di ricordare come l’ultimo braccio di ferro coi sindacati francesi portò, nel 1995, alla caduta del governo.

“Domani il governo dovrebbe presentare la versione finale della riforma – scrive oggi il sito Il Post –. Il suo obiettivo è riorganizzare il sistema pensionistico francese, considerato complesso e inefficiente dato che è composto da 42 regimi pensionistici, 10 dei quali disponibili soltanto ai dipendenti di SNCF, l’azienda ferroviaria statale. Riformare il sistema, però, comporta togliere agevolazioni a molte categorie di lavoratori e aumentare la loro età pensionabile – cosa che ha attirato le maggiori critiche – oltre a cambiare il modo in cui le pensioni vengono calcolate. Il governo francese vorrebbe introdurre un sistema basato sugli effettivi contributi versati, mentre i regimi vigenti permettono a molti lavoratori di calcolare la pensione sulla base degli anni di contribuzione in cui hanno versato più soldi.”

La Francia, aggiunge sempre il Post, spende il 14 per cento del proprio PIL per le pensioni, due punti in meno dell’Italia ma sei punti in più della media dei paesi dell’OCSE. In media i pensionati francesi ricevono il 61 per cento del loro stipendio finale, una cifra paragonabile a quella percepita in Italia ma molto rara altrove. Già in passato i governi francesi avevano cercato di riformare il sistema pensionistico, ma senza successo. Nel 1995 il tentativo dell’allora primo ministro Alain Juppé era stato messo da parte dopo che gli scioperi dei trasporti erano andati avanti per un mese.

Il rischio per Macron – che punta a passare alla storia come il riformatore di Francia – nell’ennesimo tentativo di ridurre la spesa pubblica e le tutele dei lavoratori finisca per schiantarsi rovinosamente come già accaduto in passato proprio Juppé. Gli scioperi, peraltro, stanno dando nuova linfa ai gilet gialli, le cui braci parevano sopite, dopo le violente proteste dell’anno passato.

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