Tutte le volte che si prova solo a ipotizzare di mettere in discussione l’appartenenza dell’Italia al club dell’Euro, i “professori” ci spaventano, citando i disastri accaduti in Venezuela o Argentina, a seguito del default di questi Paesi. Però, se volessimo impostare un dibattito serio su un’eventuale uscita dall’Euro, dovremmo finirla una volta per tutte di confrontare l’Italia con Paesi del Sud America e dovremmo, invece, provare a cercare qualche parallelismo con le economie sviluppate.

A tal proposito il magazine Barron’s, il più importante di Wall Street,  ha messo a confronto  Italia e Regno Unito. La conclusione è che senza Euro il nostro Paese avrebbe un Pil pro capite superiore del 10% a quello attuale. Ma andiamo con ordine. La Gran Bretagna è una pietra di paragone appropriata, dal momento che la distanza tra noi e l’Isole della Regina non è moltissima. Non a caso negli anni’80 Bettino Craxi, allora capo del governo cercò di manipolare un po’ di cifre per dimostrare che l’Italia aveva  superato il Regno Unito per il quinto posto nella classifica del G7. L’illusione fu smascherata, ma crederci era stato bello. Soprattutto aveva dimostrato che la differenza fra Roma e Londra (almeno allora) non era grande. E ora?

Per capire, proviamo ad analizzare qualche dato. Innanzitutto l’inflazione. Dal 1971 al 1999, anno di ingresso nell’Euro, i prezzi sono aumentati mediamente del 9.3 per cento in Italia e del 7.72 per cento nel Regno Unito (dati Ocse). Dal 1980 i tassi di interesse reali, quindi depurati dall’inflazione,  si sono allineati. Con due eccezioni. La crisi dello Sme  negli anni ’90, e quella dell’ euro del 2010.  Oltre a queste variabili, ce n’è una molto importante: la produttività ovvero quanto produce un lavoratore in un’ora. Ebbene, gli italiani sono sempre stati più produttivi degli inglesi. E non di poco. Se nel 1978 in Italia un dipendente produceva l’ equivalente di 31mila dollari l’anno, in Inghilterra era di 25mila dollari. Il differenziale si è mantenuto più o meno su queste proporzioni fino al 1996 quando l’Italia aprì le procedure per l’ingresso nella moneta unica. Da lì in poi la produttività italiana ristagnò al punto che nel 2007 il Regno Unito ci sorpassò. Questo è un punto fondamentale: secondo Barron’ s, senza il cappio monetario l’ Italia avrebbe potuto svalutare, come ha fatto l’ Inghilterra, rilanciando l’ export e quindi la produttività.

Inoltre, non ci sarebbe stato l’attacco speculativo del 2011 e le banche avrebbero concesso più credito alle imprese. L’effetto sarebbe stato un aumento dell’ occupazione simile a quello sperimentato dal Regno Unito, (+3% sul 2007). Insomma, con la lira l’ Italia avrebbe avuto più occupati e, di conseguenza, più Pil. Invece remiamo in coda.

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