Nell’editoriale pubblicato sabato scorso su Libero il fondatore di questo blog, Ernesto Preatoni, ha spiegato perché secondo lui, un dato fa pensare che la ripresa dei consumi sarà inferiore alle attese. Il dato riguarda le vendite al dettaglio, in Cina, nella cosiddetta “fase 2”, post Covid-19. L’evidenza che si trae da queste informazioni è che, dopo una fiammata effimera di quello che era stato definito “revenge shopping” – ovvero un’ondata di spese fatta per “vendicarsi” della quarantena –, i consumi dei cittadini cinesi hanno ripresa a un ritmo del 10% inferiore rispetto a quanto non avvenisse prima dell’epidemia.

“Se fossimo degli analisti potremmo tentare un esercizio: potremmo traslare questa tendenza sul nostro Paese, per vedere “l’effetto che fa”, ovvero per provare a capire cosa succederebbe in Italia se, finita la buriana, la gente decidesse di tirare la cinghia, provocando una contrazione della domanda interna del 10%. Il problema è che sarebbe un esercizio inutile”, scrive Preatoni –. L’Italia, però , al contrario della Cina, viene da almeno 18 anni – cioè dall’introduzione dell’Euro – di crescita lenta, ridotta al lumicino, per non parlare delle fasi di recessione, nel corso delle quali la qualità e la stabilità dei posti di lavoro si sono deteriorate. In uno scenario simile è ottimistico ipotizzare che alla fine del lockdown la gente torni a spendere e spandere. Per due ragioni: la prima è che a molti mancherà un reddito, oppure avranno a disposizione molto meno denaro di quanto non ne potessero spendere prima della crisi. La seconda sarà l’incertezza, unita alla paura di perdere quel tanto di potere d’acquisto che i consumatori saranno riusciti a conservare.

“Qualche settimana fa, nel corso di una trasmissione televisiva, mi sono ritrovato a disquisire sulla scelta tra “conservare la salute” dei cittadini – col rischio di condannarli a morire di fame – oppure puntare a riaprire il prima possibile, per salvare l’economia e gli stipendi, accentando però l’eventualità che i contagi riprendessero. Ed è su questi due poli che si sta sviluppando il dibattito pubblico nel corso delle ultime settimane, mi pare – aggiunge Preatoni –. Si tratta di un dibattito disonesto, che si può smontare con una battuta – che però riprende una statistica attendibile – del celebre film “The big short”, in cui si ricorda che ogni punto percentuale di disoccupazione corrisponde, negli Stati Uniti, dove non esiste assistenza sanitaria pubblica, a 40mila in più all’anno. Chiudere in casa le persone e togliere loro il lavoro, significa privarle della dignità e condannarle prima alla morte sociale, poi a quella fisica. Oppure alimentare un serbatoio pronto a far scoppiare la rivolta sociale, lo dico da tempo.”

Secondo Preatoni, nel momento in cui, in Italia, lo Stato dimostra di non essere in grado di proteggere economicamente chi non può lavorare da mesi – perché le risorse sono scarse – e men che meno lo potrà fare a giugno, o a settembre, quando la botta sull’economia si farà sentire, bisognerebbe cambiare strategia. Lo Stato dovrebbe avere il coraggio di investire tutto quello che può per aiutare le aziende e gli imprenditori a riprendere a lavorare in sicurezza. Penso a mascherine e dispositivi di protezione gratuiti, tamponi a tappeto e possibilità di lavorare su turni di 18 o 24 ore. Altro che redditi di cittadinanza e di ultima istanza.

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailfacebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail