Il fondatore di questo blog, l’imprenditore Ernesto Preatoni, ha pubblicato sabato scorso su Libero un interessante editoriale dedicato alla crisi in Medio Oriente. Come spiegava l’autore, che sia scoppiato o meno il conflitto, è importante notare come i mercati siano ormai sotto lo scacco di un possibile “cigno nero”, in questo caso il prezzo del petrolio che, al minimo accenno di conflitto, ha rischiato di crescere a livelli tali da scatenare una nuova “crisi energetica”.

“Ho passato anni a ripetere – scrive Preatoni – che nessuno sa quando e come sarebbe potuto scoppiare una nuova crisi globale o un nuovo conflitto nel mondo. Del resto – spiegavo sempre – nessuno mai si sarebbe potuto aspettare che l’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando potesse far esplodere il primo conflitto mondiale. Siccome l’uomo ha dimostrato che dalla storia non ha imparato quasi niente, mi domando se Trump – decidendo di eliminare il generale iraniano Qasem Soleimani – non abbia improvvidamente avviato il mondo, o quantomeno il Medio Oriente, verso lo stesso cammino.”

Il petrolio, aggiunge Preatoni , è la chiave con la quale dobbiamo leggere la scelta degli Stati Uniti di dare una risposta forte alla crescente influenza politica e militare dell’Iran in Iraq. Rispetto a questo elemento, c’è un aspetto molto importante, di cui ho letto molto poco, in questa fase così tesa della nostra storia e nel quale – in caso di conflitto in Medio Oriente – il prezzo del petrolio rischia di schizzare anche a 150 dollari al barile. Se ci trovassimo di fronte a una nuova “crisi energetica” – come già accaduto nel 1973 a seguito della guerra tra Israele, Egitto e Siria -, questa potrebbe, a propria volta, far saltare il castello di carta su cui si reggono i mercati da ormai dieci anni.

Come raccontava molto bene un pezzo di Vito Lops, pubblicato qualche giorno fa sulle pagine del Sole 24 Ore, “l’ammontare del debito medio delle principali economie globali rappresenta più del 70% dei loro Pil, il livello più alto da più di 150 anni, se si esclude il picco intorno alla seconda guerra mondiale. Gestire tale debito non è un problema quando i tassi di interesse sono bassi ma può diventarlo velocemente se i tassi iniziano ad aumentare e la crescita inizia a dissiparsi. Nel suo più recente report sulla stabilità finanziaria globale, il Fmi prevede che un rallentamento dell’economia grave solo la metà rispetto a quello della crisi finanziaria 2007-2008 potrebbe mettere a rischio di insolvenza fino al 40% del debito societario in essere nelle principali economie mondiali – per un valore sbalorditivo di 19 mila miliardi di dollari.”

Dal 2008 in poi le economie dell’Occidente, in particolare quelle degli Stati Uniti e dell’Europa, hanno fatto registrare una crescita drogata dalle banche centrali che hanno stampato denaro a man bassa. Il quantitative easing ha drogato i mercati e tolto agli investitori ogni percezione del rischio reale. Sono dieci anni che le Borse corrono e sono dieci anni che sto alla larga dai mercati: chi ci ha guadagnato e continua a restare investito probabilmente penserà che Ernesto Preatoni ha perso un’occasione.

“Difficilmente mi sbaglio nel leggere uno scenario macroeconomico e resto convinto che la mia scelta di investire su beni reali si rivelerà lungimirante – conclude Preatoni –. Se il petrolio dovesse schizzare verso l’alto e l’inflazione – che per troppo tempo è scomparsa dalle nostre economie – tornare a farsi sentire, il castello di carta e di debiti su cui poggiano le economie sviluppate crollerà miseramente. E questa, signori miei, purtroppo rischia di essere già una brutta guerra per chi – com’è accaduto nel 2008 – ha perso la casa e il lavoro. Spero vivamente che tutto questo non accada: in ogni caso oggi, se fossi un investitore, mi metterei in tasca le mie fiches e mi ritirerei da un banco che, secondo me, rischia di saltare malamente.”

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