Il tema è semplice: l’Unione Europea non darà all’Italia i soldi del Recovery Plan, a meno che il Paese non inizia ad aggiustare i problemi strutturali che Bruxelles ha identificato nelle raccomandazioni del 2019. Queste raccomandazioni non trovano risposta nel piano del Consiglio dei ministri. Ma c’è di peggio: “Tali raccomandazioni non sono le sole a dover trovare risposte nel Pnrr. Ci sono anche quelle relative alla procedura per gli squilibri macroeconomici prevista da un regolamento del 2011 che ci vedeva già sotto i riflettori quando il debito/Pil era pari al 135%, figuriamoci ora che siamo al 158%. Infine, incombe sempre l’inadempienza da parte dell’Italia dei criteri di riduzione del deficit e di rientro del rapporto debito/Pil, come la Commissione ha fatto notare in un rapporto pubblicato lo scorso 20 maggio.”

Far rientrare dalla finestra del Recovery Plan una serie di strumenti che sono stati cacciati dalla porta, spiega Liturri, seppure sotto l’emergenza dell’epidemia, trasforma il Next Generation Ue in un cavallo di Troia. Bankitalia ha stimato che la crescita cumulata ottenuta grazie ai fondi Ue dovrebbe essere pari a circa 2% del Pil, cioè lo 0,5% all’anno per 4 anni in un Paese che ha visto una caduta del Pil del 9% quest’anno. Tutto sommato modesta. Accettando i fondi Ue muniti di quelle condizioni, tale beneficio sarebbe vanificato. Se il governo Draghi le accettasse ipotecherebbe, danneggiandola, il futuro dell’Italia. È tutto così chiaro in anticipo che non si potranno accampare scuse in futuro.

L’altro tema dirimente è la riforma del Patto di Stabilità, strettamente collegato al precedente. E su questo fronte le premesse non sono affatto buone. È proprio di giovedì scorso una lettera indirizzata dai Commissari Valdis Dombrovskis e Paolo Gentiloni in risposta ad una precedente lettera del ministro dell’economia Roberto Gualtieri. Con essa i due Commissari prendono atto del nuovo scostamento di bilancio autorizzato dal Parlamento il 14 gennaio scorso, che vale 32 miliardi di indebitamento netto aggiuntivo e porterebbe il deficit/Pil previsto per il 2021 intorno al 9%. Ma non perdono l’occasione per evidenziare la natura mirata e temporanea di tale scostamento. La Commissione vuole restare aggiornata sull’effettiva implementazione delle misure collegate a tale scostamento. Con un occhio di riguardo agli avanzamenti nella lotta all’evasione fiscale. La lettera prosegue sottolineando che il rapporto debito/PIL, ancora stabile nel 2021, dovrebbe cominciare a scendere dal 2022. Rilevano anche (con malcelata soddisfazione) che la strategia di riduzione del debito è confermata e prevede il rientro del debito/Pil ai livelli pre Covid (135%) entro il 2030.

“Questo è il sentiero di riduzione del debito già inserito da Gualtieri nel Recovery Plan – conclude Liturri –. Esso prevede un sostanziale pareggio di bilancio primario (cioè al lordo degli interessi) già dal 2023 ed il conseguimento di avanzi primari crescenti negli anni fino al 2,5% del Pil. Ora – poiché Draghi ed il ministro dell’economia Daniele Franco queste cose le sanno, mentre Conte e Gualtieri facevano un po’ di fatica – non ci sono alibi. O va a Bruxelles e riesce a far capire ai nostri partner europei che tali cifre equivalgono a distruggere il nostro Paese e che l’obiettivo di medio termine del pareggio strutturale di bilancio è privo di senso economico ed esiste solo nella Ue, o avremo palmare evidenza che non stanno lavorando per i nostri interessi.”

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