I contribuenti italiani sono tra i più tartassati del mondo. A rinfrescare la memoria  ci pensa l’Ocse. Ricorda che nel 2015 ogni italiano ha versato, mediamente 13.383 dollari allo Stato.  Un valore che ci colloca al tredicesimo posto tra i 35 paesi dell’organizzazione e  supera di 1.300  euro il resto del mondo (12.193 euro). Il tredicesimo posto, però, non inganni: il totale di tasse versato dipende anche dai redditi, fronte su cui gli italiani sono decisamente indietro. Nei Paesi dove si pagano più tasse di noi, infatti, i cittadini hanno anche un reddito medio più elevato: Austria,  (44 mila), Belgio (41 mila),  Danimarca (54 mila),  Svezia (51 mila)  e Norvegia (71 mila). Poi Francia, Germania, Finlandia, Irlanda, Islanda, Olanda e Svizzera che stanno in una forbice compresa fra quarantamila e sessantamila euro l’anno. Il reddito pro-capite dell’Italia  trentamila euro.

Per capire  la brutalità del nostro sistema basterà ricordare che siamo nel G7 dei tartassati. Con una percentuale intorno al 4% del Pil. Gran parte delle entrate sono concentrate  sul reddito mentre la tassazione delle rendite finanziarie è più bassa. Questo spiega molte delle distorsioni esistenti in Italia. Soprattutto la mancanza di investimenti. Per imprese e famiglie  è più conveniente tenere il proprio patrimonio  in titoli di Stato, obbligazioni o quote di fondi d’investimento (che poi comprano Btp) anziché dirottarli verso operazioni di sviluppo. Per memoria (ormai storica) nel 1964 le tasse in Italia  erano pari al 24,7% del Pil, addirittura sotto la media Ocse (24,8%). Forse non è un caso se quell’anno  l’Italia fu del  4% dopo le punte intorno all’ 8% toccate fra il 1961 e il 1963. Da allora le tasse sono raddoppiate e la crescita economica si è dapprima dimezzata e, da quando c’è l’euro è scomparsa. Ce la possiamo raccontare come vogliamo. Ma questi sono numeri. Il resto solo chiacchiere.

 

 

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