Grande entusiasmo ha accolto i dati sull’occupazione diffusi dall’Istat. Come al solito gli eurofanatici si sono scatenati senza avere la pazienza di guardare i conti. I dati non sono affatto un successo, ma piuttosto la prova che c’è qualche cosa che non va nella presunta ripresa economica. È sufficiente andare oltre i titoli per rendersi conto che la «lieve crescita congiunturale dell’occupazione (la frase è copiata dal rapporto Istat) è interamente dovuta alla componente femminile, mentre per gli uomini si registra un modesto calo e interessa i 15-24enni e i 35-49enni». Tradotto, vuol dire che le donne lavorano e gli uomini vanno a casa. Non esattamente un buon segno. Per capire bisogna addentrarsi nelle cifre, le quali segnalano un aumento dei dipendenti con i contratti a termine. In pratica, l’Istat dice che non solo la crescita del lavoro femminile compensa con difficoltà il calo di quello maschile ma che soprattutto è dovuta principalmente al lavoro precario. Quello stabile non aumenta. Sale quello a ore. A leggere nei dettagli pare che non ci sia ragione di entusiasmo. La sensazione di un infervoramento ingiustificato è confermato anche da un altro paio di circostanze. La prima è la seguente: mentre le agenzie di stampa festeggiano manco fossero spariti i disoccupati, l’istituto statistico segnala un aumento degli inattivi, cioè di coloro che non hanno un lavoro e non lo cercano. L’Istat spiega che il tasso di inattività (che è un diverso modo di chiamare la disoccupazione, così si evita di spaventare gli italiani sommando le due voci) è pari al 34,9 per cento, «invariato rispetto a maggio». Dunque scorrendo tutto il dossier, si capisce una cosa: che nella sostanza non è cambiato niente, perché il lavoro se aumenta è precario e i disoccupati quando calano vengono compensati almeno in parte dalla crescita degli inattivi. Tutto uguale perciò. Almeno in apparenza, perché una variazione c’è e riguarda il costo del lavoro. Secondo una ricerca pubblicata dal sito indipendente Truenumbers.it, dal 2015 al 2016 in Europa il costo del lavoro è salito in media dell’1,6 per cento. Con una sola eccezione: l’Italia, dove è calato dello 0,8 per cento. Per non parlare dell’Fmi che dice che gli italiani guadagnano meno di vent’anni fa.

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