La versione di Pier Carlo Padoan era di quelle che si raccontano ai bambini la sera, per farli addormentare: lo Stato ha speso 17 miliardi dei contribuenti per salvare le banche venete, ma si tratta solo di garanzie e di quattrini anticipati che torneranno indietro. Insomma, alla fine ci si potrebbe pure guadagnare qualcosa. Ci sono voluti quasi dieci mesi e gli esperti di Eurostat per smascherare le favole sull’operazione con cui il governo a giugno ha evitato il fallimento di Popolare Vicenza e Veneto Banca, regalando la parte sana a Intesa Sanpaolo e tenendosi in pancia i crediti marci. Altro che prestiti, perdite potenziali, soldi presi dal fondo salva banche. La mossa del governo ci costerà uno 0,3% in più di deficit . Il che può significare diverse cose, una peggio dell’altra: dalla necessità di varare una manovra correttiva per rispettare gli impegni minimi presi con la Ue all’impossibilità di sterilizzare le clausole di salvaguardia che faranno scattare una stangata fiscale sull’Iva da 12 miliardi per il 2019 e di 20 a partire dal 2020. Di sicuro si tratta di un buco. E non sono pochi euro. Nella valutazione recapitata ai colleghi dell’Istat, l’istituto europeo di statistica, quello che certifica tutti i numeri degli stati membri, ha spiegato che l’esborso pesa sia sul deficit sia sul debito. Nel primo caso l’impatto sarà di 4,7 miliardi, nel secondo di 11,2. «È come se ogni famiglia fosse stata costretta a pagare 662 euro ciascuna per finanziare il salvataggio delle due banche», ha commentato il presidente del Codacons, Carlo Rienzi. Il maggior deficit di 4,7 miliardi ha portato il rapporto sul Pil al 2,3% dall’1,9%, che il governo aveva annunciato. Il debito è salito al 131,8% rispetto al 131,5% comunicato in precedenza. Variazioni minime è stata la spiegazione arrivata da Palazzo Chigi e dal ministero del Tesoro distraendosi per un attimo dalla loro principale occupazione che, in questo momento, consiste nella preparazione degli scatoloni. Il problema è che l’Italia, secondo Bruxelles, è già in debito con l’Europa di una correzione dello 0,3% sul 2018 che il governo avrebbe realizzato solo in parte. Qualsiasi scostamento, anche minimo, rischia dunque di essere fatale. Soprattutto in assenza di un governo in grado di mettere le mani sul Documento di economia e finanza da varare entro il 10 aprile.

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