Renzi ha messo sul mercato il tema dell’euro. Purtroppo per lui si tratta di una minestra riscaldata. È priva di novità perché tutti gli altri partiti sia a destra (molto la Lega, meno Forza Italia) sia a sinistra (Grillo) l’hanno già proposta. Renzi si sta incartando con la stessa velocità con cui si impose l’esercito dei Rottamatori. Un tempo bandiere spiegate. Oggi stracci. Dal lavoro alle riforme, passando per banche e migranti, l’ex premier raccoglie macerie. Ora ha messo nel mirino il Fiscal Compact chiedendone di fatto l’abolizione. Propone il ritorno ai famosi parametri di Maastricht. L’idea è questa. Per cinque anni l’Italia dovrebbe abbandonare le politiche di progressivo rientro del deficit riportando l’indicatore dall’attuale 2,1% (con previsione di calare ancora) al 3% .In questa maniera verrebbero trovati trenta miliardi da destinare agli investimenti. La proposta è caduta nel gelo più assoluto. In Italia ha scavato un solco ormai incolmabile con il ministro Padoan. A Bruxelles non sono stati nemmeno a sentire. Baruffe che trascurano i due problemi veri: uno politico e l’altro economico .

Dal punto di vista politico l’offerta è vecchia non solo perché, già proposta da altri ma soprattutto perché insostenibile. Il Fiscal Compact è stato voluto da Monti e rifinito da Letta. In entrambi i governi il contributo del Pd alla maggioranza era centrale. Adesso è troppo tardi per fare macchina indietro. Ancora peggio il ragionamento dal punto di vista economico. Se si “tornasse” a Maastricht, come auspicato da Renzi, il primo effetto sarebbe un forte aumento del debito. Portare il deficit dall’attuale 2,1% al 3% imporrebbe l’emissione di nuovi Btp. Un’operazione che si può fare solo in un sistema di totale sovranità monetaria. In un regime di cambi fissi l’Italia rischia di fare la fine dell’Argentina quando aveva legato la sua moneta al dollaro. Nel 2002 ci fu la dichiarazione di fallimento. Non si tratta pertanto di ritornare a Maastricht, ma di abolire Maastricht.

Solo con il ritorno alla moneta nazionale potremmo permetterci politiche economiche espansive che perseguano la piena occupazione. Se non si ha ora il coraggio di ammetterlo è inutile prodigarsi in proclami solenni, cercando di salvare un partito in affanno.

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