Quest’oggi ospitiamo un intervento inedito del fondare di questo blog, Ernesto Preatoni, sul tema delle concessioni alla società Autostrade per l’Italia. Il pezzo parte da una considerazione: ma se togliere l’Ilva a un imprenditore italiano si è rivelato una scelta controproducente, siamo certi che fare lo stesso con la società partecipata dai Benetton avrà un risultato diverso?

Qualche settimana fa ho provato a esprimere la mia opinione sul pasticciaccio brutto dell’Ilva, esprimendo la solita idea scomoda. Ho sempre pensato che estromettere i Riva dalla gestione di un impianto la cui produzione di acciaio – oltre a valere una quota non trascurabile del prodotto interno lordo – ha un valore strategico per il Paese per darlo, attraverso a una gara, a un operatore straniero rappresentasse una scelta scellerata. Contro ogni previsione, più di una voce – di opinionisti, ma anche di lavoratori dell’Ilva – mi ha dato ragione.

Oggi voglio provare a buttare un sasso nello stagno del dibattito relativo gestione delle autostrade nazionali. Il governo – alla luce del crollo del ponte Morandi, prima, e, in seguito, del dissesto che ha colpito di recente alcuni viadotti nella zona di Savona – sembra sempre più intenzionato a procedere alla revoca delle concessioni ad Autostrade per l’Italia, società controllata da Atlantia, holding che fa capo alla famiglia Benetton.

La tentazione del governo sembra quella di voler revocare la concessione ad Autostrade per l’Italia per punire la società e – chiamiamo le cose col loro nome, anche l’azionista Benetton – per la scarsità di investimenti realizzati in termini di manutenzione, che avrebbero determinato il dissesto della rete. Ovviamente governo e società stanno trattando.

In termini di principio, l’idea di andare alla revoca potrebbe essere anche giusta: ti ho assegnato un’infrastruttura strategica per il Paese, hai guadagnato ma, se ora la rete si sta disfacendo, significa che non hai re-investito abbastanza. Perciò te la tolgo. La mia domanda ora è: ti tolgo la rete per darla a chi? A un altro operatore – magari straniero – che se ne infischierà quasi certamente del valore strategico di quell’asset per il Paese e che punterà – come insegna il mercato – a massimizzare il profitto dell’investimento che farebbe per acquisire la licenza dallo Stato.

Alla luce di questo scenario, mi chiedo: perché cedere alla tentazione – neanche tanto nascosta – di punire l’imprenditore italiano, con cui invece si potrebbe dialogare, anche in modo aspro ma comunque civile. Non conosco i Benetton, non ho mai avuto a che fare con loro e non ho ragioni per difenderli, ma mi domando due cose. La prima è: a cosa porta questo livore – anche mediatico – verso le famiglie italiane che investono nel Paese? Ci guadagnano, certo, ma abbiamo visto a cosa ha portato, a Taranto, illudersi che un investitore straniero si possa ipotizzare più responsabile verso il territorio. Punto secondo: non avrebbe più senso, una volta stabilita e riconosciuta la responsabilità del concessionario, costringerlo a rivedere gli accordi, imponendogli maggiori investimenti ordinari e straordinari?

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