Qualche giorno fa un lettore di questo blog ha ripostato un ampio – e molto interessante – articolo di un giornalista del Sole 24 Ore, Vito Lops, sul vincolo del 3%. In questo pezzo, datato 29 gennaio 2014, colui che può vantarsi di essere stato di fatto l’inventore di questo “nodo”, che sta strozzando la nostra economia, rivela candidamente: “si tratta di un parametro deciso in meno di un’ora, senza basi teoriche”.

Ma come era nata l’idea di introdurre una simile imposizione ai partner dell’Unione? “Dopo la vittoria alle elezioni del 1981 in Francia i socialisti guidati da Mitterand per mantenere le costose promesse elettorali avevano portato il deficit da 50 a 95 miliardi di franchi – racconta Lops nel proprio articolo –. Per ‘darsi una regolata’ Mitterrand incaricò Pierre Bilger, a quel tempo vice direttore del dipartimento del Bilancio al ministero delle Finanze di implementare una regola per evitare spese pubbliche all’impazzata. Bilger contattò due giovani esperti che avevano una formazione economica e matematica all’Ensae: Roland de Villepin, un cugino del futuro primo ministro Dominique de Villepin e Guy Abeille.

Sarà quest’ultimo ad elaborare il paletto del 3% sul Pil, nato però, per sua stessa ammissione, senza alcuna base scientifica: “Prendemmo in considerazione i 100 miliardi del deficit pubblico di allora. Corrispondevano al 2,6 % del Pil. Ci siamo detti: un 1% di deficit sarebbe troppo difficile e irraggiungibile. Il 2% metterebbe il governo sotto troppa pressione. Siamo così arrivati al 3%. Nasceva dalle circostanze, senza un’analisi teorica.”

“Sperimentato in Francia questo paletto resse nel corso degli anni ’80 – spiega ancora Lops –, ad eccezione del 1986, anno in cui il governo spese a deficit di più. A dicembre 1991 quella regola entrò fu promossa da ‘francese’ ad ‘europea’ ed entrò a pieno titolo nei parametri di Maastricht.” A posteriori ci accorse però che quella regoletta era completamente sbagliata se addirittura l’ex governatore della Bce, Jean-Claude Trichet è arrivato a criticare il 3% perché basato sull’assunto di una crescita al 5%. «Purtroppo era troppo ottimista, come sappiamo oggi. Avremmo dovuto fissare dei limiti all’indebitamento più bassi, perché la crescita è stata inferiore».

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