Il rischio di una recessione globale, “accesa” a da una riduzione del Prodotto Interno Lordo negli Usa è passata, in un anno, dal 10% al 35%. È quanto risulta dalle analisi della società Bloomberg, che, incrociando il rallentamento della crescita negli Stati Uniti con la guerra commerciale tra Est e Ovest, ha deciso di far salire il termometro del rischio su mercati globali. Un rischio ancora “relativamente” contenuto, ma che – come ha dimostrato la crisi del 2008 – potrebbe aumentare repentinamente, lasciando spiazzati gli investitori e creando, un’altra volta, migliaia di disoccupati.

“A gennaio le probabilità di vedere l’economia Usa in recessione nel giro di 12 mesi erano al 10%. Oggi il termometro dello stesso indicatore che le misura – elaborato da Bloomberg – è salito al 35%. Nel mezzo il rallentamento della crescita (nel primo trimestre la crescita del Pil annualizzata era al 3,1% mentre nel secondo trimestre è scesa al 2%) e le irrisolte questioni legate allo scontro Usa-Cina sul fronte dazi – scrive Vito Lops sul sito de Il Sole 24 Ore –. Uno scontro che ormai va avanti da un anno e mezzo (i primi aumenti delle tariffe sono scattati nella primavera del 2018) e che tra alti e bassi al momento non sembra vicino ad una risoluzione completa (sebbene il presidente degli Usa Donald Trump in settimana ha detto che «potrebbe arrivare prima del previsto»).”

“Per quanto le probabilità di una contrazione della prima economia mondiale stiano crescendo va detto che quella del 35% è una percentuale ancora piuttosto bassa per “spaventare” gli investitori – aggiunge Lops –. Non a caso Wall Street è nuovamente vicina ai massimi storici, anche perché l’ultima stagione delle trimestrali ha dimostrato una buona tenuta delle aziende che nella maggior parte dei casi hanno battuto le stime degli analisti.”

Insomma: chi investe non ha paura, anche perché le banche centrali – a furia di pompare denaro nel sistema – hanno sterilizzato la percezione del rischio. Se, però, gli Stati Uniti dovessero entrare in recessione, il rischio che l’Europa li segua e velocemente è piuttosto alto. Il risultato sarebbero crolli in Borsa e nuovi disoccupati. E la storia recente ci ha insegnato che, quando la crisi finisce, la qualità dei nuovi posti di lavoro che vengono creati da questo turbo-capitalismo è di solito inferiore a quella delle condizioni di occupazione precedente.

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailfacebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail